IL PAESE DEGLI STUPRI

2 Posted by - 14 settembre 2017 - RIFLESSIONI, SUGGESTIONI

Non è facile scrivere ancora di omicidi, stupri e persecuzioni quotidiane in un mondo in cui si legge di tutto e si sa ogni cosa ma si finisce poi per provare un senso di nausea e impotenza e si guarda dall’altra parte.
E così si va avanti, una morte di qua, un commento razzista di là, il coro cresce e si autoalimenta e tutti noi ci sfoghiamo sulla tastiera, tutti arrabbiati e intristiti, accusando chi il sistema culturale, chi la politica, chi la polizia o l’immigrato di turno, chi ovviamente la sgualdrina provocante.. Ma poi?
Rimaniamo come sconvolti, in attesa del prossimo omicidio o dell’ennesima violenza notturna. Giorno dopo giorno si consumano eventi gravissimi nel nostro Paese; e poco importa, alla fine, se la ragazzina è stata violentata da un branco di brufolosi insicuri o da un gruppo di marocchini cocainomani, tanto l’età è la stessa. O se è stato il rispettabile uomo in divisa con l’americana o lo straccione che violenta la vecchietta al parco. Fa male, ogni volta e a prescindere dai dettagli e dai carnefici, perché quello che fa male è che sai che succederà di nuovo, e molto presto.
Davvero, c’è così differenza tra il minorenne che uccide la sua ragazza di 16 anni e la donna adulta suicida perché uno suo video porno è diventato virale e lei non ha sopportato la vergogna? Qual è il punto: è la donna vittima o l’uomo carnefice a costituire il problema?
Lo sono entrambi. O meglio, sono entrambi inesistenti, ma perfettamente complementari e indispensabili per la narrazione di chi ci fa la guerra. Inesistenti perché chi stupra non è un mostro, ma semplicemente un uomo in una società patriarcale e capitalista; complementari perché così, ancora una volta, la donna è trasformata nel negativo di un uomo: se lui è un mostro orribile, lei è una vittima indifesa; funzionali perché questa narrazione è perfetta per sorreggere il patriarcato su cui le nostre istituzioni si fondano, dirette o meno che siano da donne. Andando alla radice: è il patriarcato stesso il padre degli stupri.

1) L’uomo carnefice. Prendiamo gli ultimi casi noti di stupratori/assassini: sessantenne siciliano bastona la moglie che finisce in ospedale; gruppo di nordafricani stupra una donna e una trans su una spiaggia; diciassettenne uccide in Salento la ragazzina di 16 con cui stava e la nasconde sotto i sassi; due carabinieri in servizio violentano due studentesse ubriache; bengalese violenta turista nel centro di Roma; bambino rivela alla nonna che è stato il padre a dare fuoco alla mamma, uccidendola, per venti euro..
È ovvio che è un problema culturale: l’uomo non sa accettare che la donna sia un essere libero, libera anche di essere infedele o di ubriacarsi e girare mezza nuda in strada, di rifarsi una vita con un altro o di volersene andare di casa.
Il ragazzo (a noi non importa la nazionalità) vuole vedere solo ragazze fighe e provocanti, le vuole avere davanti agli occhi per il suo piacere e le ciccione sfigate manco le ritiene femmine (e le bullizza a scuola insieme alle secchione frigide); le vuole commentare, toccare, trattare come ha visto fare e le vuole, in fondo, dominare. E in questo il problema culturale diventa a pieno titolo imposizione materiale, concreta.
All’uomo non piace il rifiuto, la risposta volgare, non gli piace che gli si rida in faccia perché ha detto una cosa ridicola (“Abbbbella, che te farei…..”, “Che vuoi sfigato!?”, “Ma vaffanculo, troia lesbica!!”); non vuole che balli con lui e poi balli con un altro, non vuole che decidi tu sulle cose, che ci ripensi, non vuole che ti impicci nei cazzi suoi; non vuole che lo fai arrabbiare quando è nervoso, non vuole che ti metti a piangere perché è nervoso e urla; non vuole che guidi tu perché guida lui, non ti lascia parlare, se ti riempie di regali non gli piace che li rifiuti (“ma che cazzo vuoi allora!?!?”) e non vuole che gli passi davanti agli occhi in quel modo provocante e poi ti lamenti se l’hai provocato…
Non vuole che se fai l’amante gli rompi il cazzo perché lasci la famiglia; non vuole che tu lavori e lui no. Non vuole che stai senza velo perché gli occhi degli altri ti si appiccicherebbero addosso e non va bene, e non vuole che cresci in Italia e pretendi di fare la troietta come le altre; non vuole che conosci donne italiane, stattene in casa e cucina i piatti tradizionali e cresci i figli, e dai sfornane qualcun altro di figlio che tanto solo a quello servi.
Fa veramente fatica ad avere capi-donna, ministri-donna, e considera i gay almeno un gradino sotto di loro (quelli più aperti), e le lesbiche se sono belle le immagina in un video porno e se sono brutte gli fanno schifo.
Spero che ogni uomo che legga abbia la decenza di chiedersi se qualcosa lo sta sbagliando anche lui, perché ci siamo tutti dentro sta merda.

2) La donna vittima. Sul Messaggero di ieri (13 settembre), quotidiano dalla nota sensibilità intellettuale e di genere, hanno pubblicato una mappa coi quartieri di Roma “a rischio stupro”, corredato da intervista ad una poliziotta specializzata in stupri (?). Tralasciando la mappa, perché è ridicolo suggerire alle donne dove andare e non andare la notte, è interessante l’intervista alla sbirra. La signora in divisa ricorda l’importanza di fare attenzione, di non salire in macchina di sconosciuti, di non dare confidenza, di iniziare a correre se ti rendi conto che stanno per stuprarti, chiamare la polizia, e poi (udite, udite!) una volta arrivata al commissariato “la poverina” non si deve nemmeno lavare i denti perché ogni indizio è importante. L’illuminante intervista si chiude con un’analisi sociologica: le tocca ammettere che di solito sono gli italiani a stuprare in strada, e non sono i reietti – come potresti pensare tu lettore del Messaggero – ma anche gente che sembrava per bene!
Se la donna stuprata è vittima, ora lo è due volte. Perché, come ricorda la poliziotta, tanto è inutile cercare di difendersi perché l’uomo è più forte. Può solo sperare che da quelle parti passi qualche angelo o, ancora meglio, una pattuglia della polizia.
Ci sarebbe tanto da dire, e di sicuro non è il Messaggero a dover capire cosa va fatto; è sempre stata l’autorganizzazione e l’autodifesa delle donne, la loro presa di coscienza e la solidarietà a cambiare le cose. Delle volte sono serviti gesti estremi e coraggiosi di donne che hanno alzato la voce invece di scaricarsi la app anti-stupro, e guarda caso sono solo queste le cose che possono farci uscire dal becero patriarcato maschilista in cui ci troviamo, e non la lunga, tragica e insopportabile lista di omicidi cui ci stiamo abituando.
Perché nessun cambiamento culturale è mai passato solo per il laboratorio di genere in classe, o per la legge sullo stalking, e non basta neanche disegnare i nomi delle morte sui muri o colorare di rosa qualche schermata facebook. Di fronte ad un problema così concreto e urgente bisogna ribellarsi ed è più facile di quanto sembri perché tutte siamo vittime in qualche modo, e la lista di prevaricazioni è lunga prima di arrivare allo stupro e alla morte. C’è molto altro che dobbiamo combattere prima, sempre, continuamente, riscoprendo non solo la dignità che ci tolgono molti uomini ma anche la solidarietà che unisce chi sta dalla stessa parte.
Non sono parole vuote. Ogni donna e ogni ragazza sa benissimo come si manifesta quella violenza che purtroppo a volte diventa cronaca nera. È la battutina, lo sguardo, ma è soprattutto quello che abbiamo smesso di fare per paura; ci continuano a dire di non comportarci in un certo modo perché poi ci stuprano, e piano piano interiorizziamo tutto e stiamo attente a come ci vestiamo, alla strada migliore da fare, a uscire sempre in compagnia, a non metterci i tacchi se poi rischiamo le molestie, a vestirci da suorette per andare al lavoro, e competere per un uomo, a giustificare un comportamento violento dentro la coppia, a subire e sperare che… sperare che non succeda a noi.
Noemi, sedicenne ammazzata pochi giorni fa, tornava a casa con i lividi prima di essere uccisa, e la madre si era già rivolta alla Procura per i minori; non può essere un tribunale o un commissariato e salvarci, dobbiamo ribaltare tutto da sole.

Ebe