LA MOBILITAZIONE POPOLARE IMPONE: REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA!

7 Posted by - 17 settembre 2017 - INTERNAZIONALISMO

Il 1° ottobre prossimo si celebrerà il Referendum per l’indipendenza della Catalogna: crediamo che sia un avvenimento di portata storica, soprattutto in questa fase in cui, in Europa, risulta molto difficile per i movimenti popolari dettare l’agenda politica e riuscire a imporre le proprie istanze. In Catalogna, invece, sta avvenenendo proprio questo.

Abbiamo chiesto ad un compagno e amico di Barcellona di darci un contributo alla discussione, raccontandoci alcuni passaggi fondamentali del processo indipendentista. In queste settimane, inoltre, cercheremo di fornire degli aggiornamenti e di seguire gli sviluppi della situazione che, fra mobilitazione popolare e repressione spagnola, è già molto calda.

I Paesi Catalani (Països Catalans) sono un insieme di territori formato da un’unità geografica, storica, culturale e linguistica. Sono situati nella fascia mediterranea della Penisola Iberica e sono divisi tra lo Stato francese – nel Dipartimento dei Pirenei Orientali – e lo Stato spagnolo – divisi amministrativamente nelle comunità autonome del Paese Valenciano (País Valencià), le Isole Baleari (Illes Balears), Catalogna (Catalunya) e un lembo di Aragona. Quest’insieme territoriale storico, che ha la sua origine nel Medio Evo – in un momento in cui facevano parte della Corona aragonese ma come regni indipendenti amministrativamente – ha saputo mantenere una lingua comune, il catalano, che oggi è parlato da più di 11 milioni di persone, e delle radici culturali collettive che gli hanno permesso, nonostante l’incedere dei tempi e la separazione amministrativa, di essere simbolicamente unito e allo stesso tempo molto differente dal resto degli Stati francese e spagnolo. Tuttavia, pur con l’esistenza di questa realtà unitaria simbolica tra tutti i territori, ogni unità amministrativa ha avuto una propria evoluzione, distinta a livello politico e per quanto riguarda i movimenti sociali: per questo, al giorno d’oggi, il Principato di Catalogna – che forma l’attuale Comunità Autonoma di Catalogna – è l’unico territorio in grado di dar vita a un processo che lo guidi fino all’indipendenza.

Nella seduta dello scorso 6 settembre il Parlamento catalano ha approvato con 72 voti a favore, 11 astensioni e senza voti contrari, la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna che avrà luogo il prossimo 1° ottobre. Con questo movimento politico, dotato di grande rilevanza simbolica, si è raggiunto l’ultimo passo per fare ciò che una gran parte della società catalana ha chiesto negli ultimi sei anni, da quando cioè è cominciato quello che si conosce come il Processo d’indipendenza della Catalogna.

Per capire da dove viene tutto questo dobbiamo tornare al 10 luglio 2010. Quel giorno, e per la prima volta nella storia della città di Barcellona, ci fu una manifestazione con più di un milione di persone (1,5 milioni secondo gli organizzatori), convocata con lo slogan “Siamo una nazione. Noi decidiamo”. Quella manifestazione non era una marcia per chiedere l’indipendenza, ma si protestava contro una sentenza della Corte Costituzionale spagnola che aveva dichiarato incostituzionale una riforma dell’Estatut d’Autonomia (sorta di costituzione di cui sono dotate molte delle comunità autonome dello Stato spagnolo) che era stata votata e approvata dai catalani in un referendum del 2006 e che era stata osteggiata dal Partido Popular con un ricorso alla Corte. Sette anni fa l’indipendenza della Catalogna non aveva la stessa forza di oggi: si stima infatti che solamente il 10% dei catalani desiderava l’indipendenza all’inizio del XXI secolo. Nelle Diada – Giornata Nazionale della Catalogna che si tiene ogni 11 settembre – celebrate prima di questa sentenza della Corte Costituzionale non si radunavano più di 10.000 persone per le strade di Barcellona. Ma dopo quella sentenza il numero di partecipanti dell’11 settembre e il numero di persone che si dichiaravano indipendentiste cominciarono a crescere in modo esponenziale. La manifestazione nella Diada del 2010 (quindi due mesi dopo) raggiunse di nuovo una partecipazione storica con più di un milione e mezzo di persone: per la prima volta si chiedeva alle istituzioni spagnole non più solo rispetto per il popolo catalano, ma anche il diritto di decidere e il diritto di esercitare l’autodeterminazione. I sondaggi di opinione mostrarono come, in pochi mesi, il numero di catalani che consideravano l’indipendenza come il cammino da percorrere per la Catalogna si moltiplicò, arrivando quasi alla metà della popolazione.

Da quel momento ebbe inizio un’accelerazione degli eventi: tutte le manifestazioni e le esibizioni di forza popolare convocate dalle associazioni soberaniste1 ottennero enorme partecipazione, con centinaia di migliaia, anzi milioni di catalani mobilitati incondizionatamente. Politicamente ciò portò al fatto che nelle ultime due elezioni del Parlamento di Catalogna, per la prima volta nella storia dalla Transizione democratica del 1975-1978, i partiti indipendentisti raggiungessero la maggioranza dei parlamentari. Anche le elezioni locali che sono state celebrate da allora, nel 2011 e nel 2015, hanno dato ogni volta più forza ai partiti indipendentisti, che si sono poi costituiti nell’Associazione dei Comuni per l’Indipendenza (AMI) formata oggi da 787 dei 948 comuni catalani.

Per capire quanto sta succedendo adesso con la convocazione del Referendum, si deve considerare che il movimento per l’indipendenza emerso dal processo storico che ha avuto inizio intorno al 2010 è stato sostanzialmente un movimento popolare, e i partiti politici hanno dovuto rimettersi al passo della mobilitazione della cittadinanza. Questo movimento è stato condotto al livello “di strada” da due organizzazioni: Omnium Cultural, un’organizzazione culturale protagonista della difesa della cultura e lingua catalane cominciata negli ultimi anni della dittatura e proseguita nella fase democratica. e l’Assemblea Nazionale Catalana, creata come coordinamento a livello nazionale di assemblee e punti di resistenza in ciascuno dei comuni e quartieri catalani. Queste due entità sono responsabili dell’organizzazione delle manifestazioni che sono state la spina dorsale del processo: la forza principale di questo movimento è stata infatti la mobilitazione popolare, e le centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere il diritto di voto, il diritto di scegliere e il diritto di essere indipendenti, sono state la pressione vera e principale grazie alla quale i partiti politici non hanno potuto retrocedere dal processo indipendentista in questi anni. Le manifestazioni, in questo periodo, sono state molteplici: sono nate le Consulte Popolari sull’indipendenza della Catalogna (dal 2009 al 2011) organizzate da organismi civici e dei comuni con maggioranza politica indipendentista; si è dato vita alla Via Catalana, una catena umana che ha coperto 400 chilometri da un capo all’altro del Paese l’11 settembre 2013, con circa 1,6 milioni di partecipanti; quando nel 2014 1,8 milioni di persone disegnarono con i propri corpi una V per le strade di Barcellona.

Queste manifestazioni di massa hanno portato il governo catalano, formato da partiti politici la cui tabella di marcia prevedeva già delle tappe per raggiungere il Referendum, a legiferare in materia di consultazioni pubbliche al fine di convocare una consultazione non vincolante il 9 novembre 2014: un referendum senza validità politica, ma che serviva a calcolare la reale forza dell’indipendentismo. In quell’occasione partecipò un totale di 2.344.828 persone, circa il 55% dell’elettorato: di queste l’80% disse che la Catalogna doveva diventare uno Stato e che questo Stato doveva essere indipendente. Questo voto, benché non a carattere vincolante, fu un altro segno della forza dell’indipendentismo catalano e costrinse i partiti politici indipendentisti a presentarsi alle ultime elezioni per il Parlamento catalano, tenute il 27 settembre 2015, con l’impegno di convocare, durante questa legislatura, un referendum legale e vincolante. Quelle elezioni diedero la maggioranza ai partiti pro-indipendenza (72 seggi su 135) che da quel momento iniziarono a lavorare per rispettare gli impegni presi con la popolazione catalana.

Secondo gli ultimi sondaggi, mentre i sostenitori dell’indipendenza della Catalogna non raggiungono il 50% (sarebbero vicini al 45%), i sostenitori della celebrazione di un referendum legale e vincolante superano l’80% della popolazione: è su questa base di sostegno popolare al referendum che i partiti politici e il Parlamento Catalano hanno condotto il Process fino ad oggi.

Nel corso di questi anni il governo catalano ha tentato varie volte di ottenere un accordo per il referendum con lo Stato spagnolo, allo stesso modo in cui è avvenuto in Quebec o nel 2014 in Scozia, ma il rifiuto del governo spagnolo è sempre stato brusco. Il governo del Partito Popolare, appoggiato sul tema dal Partito Socialista, considera illegale e incostituzionale qualsiasi referendum che pone la rottura dell’unità dello Stato spagnolo2. Anche le proposte di Podemos di riformare la Costituzione per permettere un referendum concordato hanno ricevuto il netto rifiuto da questi due partiti politici. Al momento, quindi, la situazione è complicata poiché, anche se il Referendum è stato convocato dal Parlamento catalano legittimamente eletto dal popolo attraverso regolari elezioni democratiche, si scontra con la legge e la Costituzione spagnole che non permettono, appunto, la rottura dell’unità del Paese. Pertanto, anche se il governo catalano considera le leggi approvate dal Parlamento della Catalogna completamente valide per avallare il Referendum, in realtà siamo di fronte ad uno scontro di legalità, in quanto l’Estatut che regola l’autonomia catalana e lo stesso Parlamento catalano dipendono direttamente dalla legalità spagnola. Di conseguenza, il Referendum convocato per il 1° ottobre è diventata una battaglia tra legalità e legittimità: tra la legalità della Costituzione spagnola e le leggi dello Stato e la legittimità del Parlamento scelto dal popolo della Catalogna con l’impegno della celebrazione del Referendum.

In queste settimane il governo spagnolo sta facendo ampio uso di leggi e azioni giudiziarie per cercare di frenare un processo che è stato spinto dal basso, mentre il governo catalano è costretto a seguire la volontà del suo popolo e a convocare un referendum rivendicato per anni. Chi vincerà questa sfida? Potremo scoprirlo solamente il prossimo 1° ottobre.

1Dal concetto politico di soberanismo, sovranità, che sta caratterizzando in questi anni i movimenti indipendentisti basco e catalano. Da non confondere con la deriva reazionaria dei partiti di destra di molti Paesi europei.

2In base all’art. 2 della Costituzione spagnola che recita così: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”.