AUTODIFESA NEL TERRITORIO: PRATICHE E VISIONI DAL BLACK PANTHER PARTY

0 Posted by - 16 ottobre 2017 - STORIE

1966. Oakland. Due giovani afroamericani: Bobby Seal e Huey P. Newton danno vita al Partito della Pantera Nera per l’Autodifesa. È il tempo del movimento contro la segregazione razziale, del Black Power, di King e Malcolm X. Sono i mesi in cui alla conquista dei diritti politici fa da contraltare la miseria dei ghetti. In cui il movimento pacifista perde slancio e i giovani proletari neri incendiano le periferie contro gli abusi polizieschi.

Ecco come l’autodifesa viene ad essere uno dei cardini principali del discorso politico del BPP; parlare di essa è un po’ come parlare dell’intera epopea delle Pantere.

Come ogni fenomeno politico, la Pantera non irrompe sulla scena dal nulla, è il frutto maturo di un lungo processo politico andato via via radicalizzandosi, in cui un’istanza “liberal” va indurendosi nello scontro contro un potere strutturalmente violento e razzista; allo stesso modo le istanze che pone sono il portato di esperienze collettive pregresse.

Quello dell’autodifesa è un concetto che prende forma all’interno del nazionalismo nero, che vede la popolazione afroamericana come nazione disgregata ed oppressa; la problematica strutturale dei ghetti, insieme alla repressione poliziesca e alla violenza razziale della middle class bianca che chiudono ogni margine di manovra ad un movimento pacifista come quello per i diritti civili, necessitano una risposta all’altezza: l’autodifesa, appunto.

Su questa doppia istanza, pragmatica e politica, i fondatori centrano l’attività del partito intendendo l’autodifesa come strumento d’organizzazione delle masse; nella suggestione primordiale di Newton:

quando i neri scelgono un proprio rappresentante, questo si trova in una posizione assurda perché non rappresenta alcun potere politico, […] l’unico modo per avere effettivamente peso è quello che è comunemente detto potere militare […]”.

Per Newton, il fucile è il megafono della gente nera.

Rispondendo quindi all’esigenza concreta delle masse di tutelarsi dalla brutalità poliziesca, il Black Panther attiva il proprio programma rivoluzionario catturando, in brevissimo tempo, la simpatia della larga maggioranza della popolazione dei ghetti e l’entusiasmo di moltissimi giovani entrati poi come effettivi nel partito.

È importante sottolineare che l’autodifesa armata era più un messaggio retorico verso l’esterno che una pratica effettiva messa in campo: lo sfoggio di armi, l’obbligo per i militanti di possederle e saperle maneggiare, i pattugliamenti di controllo della polizia, rientrava tutto, in modo chiaro e netto, all’interno dei limiti appunto della difesa e di parametri legali garantiti dalla costituzione americana ma alienati de facto alla componente nera.

Un elemento che dà allora forza e significato dirompenti all’autodifesa è il contesto generale in cui viene inserita; quella concezione nazionalista rivoluzionaria che il BPP traduce nel termine di Colonia Interna: la comunità nera viene ascritta all’innumerevole serie di colonie, più o meno esplicite, degli USA; pertanto il suo percorso di liberazione è interno al processo di liberazione ed autodeterminazione che scuoteva metà del globo dal giogo dell’imperialismo. La differenza però, tra il ghetto ed il Vietnam o la Korea, è che la colonia nera si trova all’interno del territorio e del sistema della macchina imperialista e dall’interno può concorrere ad incepparla e mandarla in frantumi.

Una politica armata ed una corretta concezione internazionalista ed antimperialista della lotta, unite alla spavalderia nell’essere rivendicate, fanno la forza del BPP nel momento di sua massima espansione e, contemporaneamente, il terrore della dirigenza yankee che scatenerà su di esso una repressione feroce e sproporzionata.

Una critica mossa in tempi non sospetti, che si rivelerà drammaticamente fondata, è quella di M. L. King secondo cui

“è pericoloso organizzare un movimento attorno all’autodifesa. La linea di demarcazione tra violenza difensiva e violenza aggressiva è molto sottile […] e le parole che arrivano ad orecchie non sofisticate possono essere interpretate come un invito all’aggressione.”

Nel momento del suo zenit, il BPP spese grandi energie a far fronte al problema interno di organizzazione e disciplina, purgandosi di elementi infiltrati (veri o presunti), teste calde ed incontrollabili. Allo stesso tempo però la retorica del partito si faceva sempre più violenta, trascendendo molto spesso i confini della difesa ed esasperando ancor di più una repressione già scatenata.

In linea generale, non si può certo dire che le Pantere siano state del tutto estranee da eccessi di zelo rivoluzionario, ma è anche placido affermare che la quasi totalità di scontri a fuoco che li ha visti protagonisti è attribuibile a provocazioni o aggressioni poliziesche.

Se l’elemento militare, che caratterizzò in questo senso l’attività del partito, fu il trampolino di lancio e lo scheletro della Pantera, c’è da dire che era anche destinato, in una seconda fase, ovvero quella della ritirata di fronte alla reazione, a farsi sempre più discreto e lasciar posto all’anima più politica: quella dei Programmi Sociali per il popolo volti a costruire infrastrutture di sopravvivenza che, se nell’immediato rispondevano ad esigenze concrete della gente (cibo, vestiti, istruzione, sanità), in prospettiva avrebbero garantito la sussistenza delle comunità nelle fasi imminenti della rivoluzione. Su questa linea vennero fondati il Free Food Program, il Centro sanitario del Popolo che garantiva assistenza gratuita ai proletari neri e le Scuole di Liberazione che assolvevano al compito di istruire la comunità nera su principi solidali e rivoluzionari.

È il momento della svolta intercomunitarista; ma l’autodifesa veniva meno nel momento dell’empasse più tragica ed i programmi sociali in vista della rivoluzione venivano incrementati nel momento in cui la rivoluzione stessa non era più che una mera illusione: strangolata dalla brutalità poliziesca, isolata da una stampa diffamatoria ed insidiata dal flagello dell’eroina (volutamente importata dall’FBI nei ghetti per freddare i bollori rivoluzionari).

Al fianco della controrivoluzione, un tempismo perverso disinnescò i due tratti più dirompenti del programma delle Pantere, facendo sì che invece di procedere parallelamente, l’uno cedesse il passo all’altro.

Oggi le visioni del BPP, ad oltre 40 anni dalla sua disfatta, rivelano la loro estrema attualità tra le fiamme dei riot e nella potenza delle manifestazioni del Black Lives Matter (detto per inciso: più simile al movimento per i diritti civili di M. L. King che alle tesi del BPP) che sono tornati a muovere le comunità afroamericane dai fatti di Ferguson1 ad oggi. Come allora, nei ghetti si continua a morire di droga, di fame e di polizia. Segno che la Pantera è stata battuta militarmente ma il suo spettro si aggira per le metropoli più vivo che mai.

Se si volesse cogliere ora l’ascia di guerra caduta dalle mani di questi combattenti, non dovremmo certo metterci, basco in testa e fucile alla mano, a pattugliare le strade dei quartieri, ma la ritroveremmo nella capacità d’organizzare le comunità sulla base dei loro bisogni concreti; non con spirito volontaristico del voler aiutare gli sfruttati ma con l’obiettivo ultimo sempre davanti agli occhi: sovvertire l’esistente, spezzare le sue catene. Finalizzare ogni sforzo alla realizzazione di un progetto complessivo, con un occhio all’immediato ed uno all’infinito.

Il senso ultimo dell’odissea delle Black Panthers è Seize the time: cogliere l’occasione!

Zero

1Ci si riferisce alla rivolta scoppiata il 10 agosto 2014, e proseguita diversi giorni, a Ferguson, sobborgo di Saint Louis, nello Stato del Missouri; tutto cominciò con la veglia funebre di Micheal Brown, 18enne ucciso con vari colpi di pistola sparati da un agente di polizia.