KURDISTAN: NUOVI PASSAGGI TRA GUERRA E RIVOLUZIONE. UN’INTERVISTA CON LUIGI D’ALIFE

0 Posted by - 24 ottobre 2017 - INTERNAZIONALISMO

Il 17 ottobre Raqqa è stata liberata dalle SDF, la coalizione militare a guida kurda. Quasi contemporaneamente, in Iraq, un referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno (Başûr) provocava l’intervento militare di Baghdad nella regione. Di fronte a questi avvenimenti ed alla generale confusione che accompagna sistematicamente il corso della guerra in Siria, abbiamo creduto opportuno fare un po’ di chiarezza parlando con qualcuno che di Kurdistan se ne intende.

Abbiamo intervistato Luigi D’Alife, reporter e militante politico, autore del documentario Binxet, che nel corso degli ultimi anni ha potuto approfondire in diversi viaggi la conoscenza della rivoluzione kurda e vedere di persona il mutare del conflitto.

Raqqa è stata liberata definitivamente dalle SDF; la caduta della capitale dello Stato Islamico apre ora una nuova fase della guerra in cui le variabili sono pressoché infinite e la minaccia maggiore potrebbe non provenire più da ISIS. Quali sono le prospettive per le SDF e la Rivoluzione confederale?

La liberazione di Raqqa si pone come evento storico all’interno della guerra di liberazione contro Daesh e più in generale per quanto riguarda gli assetti della guerra civile siriana. Segna la fine dell’entità Stato Islamico inteso come contiguità territoriale.

La liberazione di Kobanê nel Gennaio 2015 ha spostato gli equilibri della guerra dalla parte dei kurdi, ha segnato la sconfitta più pesante per ISIS ed ha aperto quella strada che ha portato migliaia di donne e uomini a combattere e liberare, giorno dopo giorno, una fetta considerevole di territorio siriano.

Dalla dichiarazione dell’autonomia in Rojava nel luglio del 2012 di fatto gli sforzi maggiori delle persone e della società sono stati sacrificati alla guerra. Una guerra che, a Kobanê come a Raqqa, ha causato enorme distruzione.

La rivoluzione è rimasta costantemente sotto attacco e sotto assedio, non solo da ISIS, ma anche dalle diverse potenze regionali ed internazionali.

Dalla Turchia alla Russia, da Assad agli Stati Uniti, tutti hanno provato, con modalità e tempi diversi, a piantare un coltello nelle spalle dei kurdi. Nonostante questo la rivoluzione è continuata, si è estesa: ha raggiunto e coinvolto nuovi territori, etnie e fedi religiose, ha dato vita ad uno straordinario processo di emancipazione popolare, un esperimento di democrazia dal basso fondato sui valori del femminismo, dell’ecologia e dell’autodeterminazione dei popoli.

Più volte mi è capitato di pensare “Se nel Rojava non ci fosse un guerra così intensa, chissà quali altri ancora potrebbero essere i successi di questa rivoluzione…”.

Oggi siamo quasi arrivati a mettere il punto ad uno dei capitoli più importanti della guerra e, nonostante questa sia ben lontana dal dirsi conclusa, da questo momento si aprono scenari nuovi, prospettive, possibilità e rischi.

La Siria del Nord continua a rappresentare un “pericolo” tanto per gli Stati-nazione dell’area, quanto per le potenze internazionali. Per questo, ad un riconoscimento militare che è venuto da diverse parti (dagli USA ma anche dai russi) non è mai seguito un riconoscimento politico. Coloro che fino ad oggi sono stati “alleati” potrebbero, quindi, diventare presto nemici. Ma i kurdi ed i popoli che sostengono la Rivoluzione confederale ne sono stati sempre coscienti e consapevoli.

Di sfide all’orizzonte se ne intravedono parecchie: ci sono da ricostruire intere città ridotte in macerie, ma soprattutto un tessuto sociale smembrato dalla devastazione dalla guerra, dalle differenze e dalle divisioni etnico-religiose.

Non sarebbe giusto dare per scontato il successo del sistema confederale anche nelle regioni arabe appena liberate, proprio in quanto processo partecipativo. C’è una società da ri-costruire con un percorso lungo, impervio e denso di contraddizioni. Ci sono gli equilibri geopolitici, le schermaglie, i giochetti e gli intrighi delle potenze, ma sopratutto c’è una Rivoluzione ed i popoli che la portano avanti. Il nostro sforzo e sostegno deve essere rivolto a loro.

La prossima battaglia decisiva è quella per la presa di Deir ez-Zor, su cui però stanno marciando anche le truppe lealiste di Assad. La situazione sembra avviarsi a diventare un banco di prova tra l’ipotesi statalista e quella confederale. Qual è la posta in gioco? Quali i possibili scenari?

Le truppe di Assad sono state molto abili a sfruttare strumentalmente l’impegno delle SDF nell’operazione su Raqqa per avanzare a sud dell’Eufrate verso est. Il 9 Settembre le SDF hanno lanciato l’operazione “Tempesta di Cizre” iniziando ad avanzare verso il lato nord di Deir ez-Zor dal fronte che già da quasi un anno e mezzo si trovava assestato a circa 40 km dalla città.

Dalla rottura dell’assedio di Deir ez-Zor (6 Settembre) ad oggi, le truppe di Assad controllano circa l’80% della città. Parallelamente le SDF sono avanzate molto velocemente continuando a liberare territori verso est ed oggi si trovano a circa 40 km dal confine con l’Iraq.

Nonostante alcuni mesi fa, dopo i colloqui tra Russia e Stati Uniti, pareva fosse consolidata una sorta di linea rossa che seguiva il corso dell’Eufrate e che doveva delimitare le aree d’intervento di SDF ed Assad, le truppe siriane hanno oltrepassato il fiume proprio nella zona urbana di Deir ez-Zor e in almeno 3 occasioni ci sono stati attacchi contro le SDF.

Questa forte accelerata di Assad verso Deir ez-Zor, di per sé un fronte che non ha subito grossi sconvolgimenti negli ultimi anni, è data soprattutto dalle caratteristiche delle regione. Stiamo infatti parlando di una provincia ricca di risorse naturali, soprattutto di gas ed anche petrolio con diverse raffinerie ed impianti, su cui evidentemente Assad vuole mantenere il controllo. Per le SDF rappresentano certamente un’importante risorsa per migliorare le condizioni di vita della popolazione nel nord della Siria, ma non sono di per sé l’obiettivo principale su cui in diversi hanno speculato, accusando le SDF di fare il gioco degli Stati Uniti. In realtà l’operazione “Tempesta di Cizre” è stata lanciata ancor prima di quanto la coalizione e gli USA avessero pianificato. In questo senso la spinta è arrivata dal “Consiglio militare di Deir ez-Zor” (fondato due anni fa, ha partecipato alle diverse campagne militari comprese Manbij e Raqqa), una componente fondamentale all’interno delle SDF e che ha atteso con pazienza le operazioni per la liberazione della città.

Ad oggi l’obiettivo principale tanto per Assad che per le SDF è il controllo del confine siriano-iracheno, il luogo fisico della continuità politica e militare dell’asse sciita.

Nel frattempo la Turchia continua a marcare in modo sempre più aggressivo la sua presenza sia al confine con il Rojava, con le continue aggressioni al territorio, sia come attore partecipe all’interno della guerra. Lasciando da parte le minacce e i proclami infuocati della corte di Erdoğan, quanto è concreta un’ipotesi di invasione delle zone kurde per stroncare la Rivoluzione e quanto è invece plausibile un’ipotesi più “moderata” di contenimento da parte di Ankara? Le manovre e le ingerenze dell’interventismo turco non potrebbero aprire un conflitto di interessi con il governo siriano nell’avanzare del conflitto?

Le aggressioni e le pressioni dell’esercito turco sul confine sono costanti dall’inizio della guerra, ed anzi si vanno intensificando giorno dopo giorno. La costruzione del muro lungo la quasi totalità del confine turco-siriano è stata utilizzata come pretesto per tentativi di invasione, per spostare il filo spinato di diverse centinaia di metri, costruire nuovi sistemi di controllo e tenere una pressione costante sulla regione. Tutto questo implica una forte ricaduta sulle migliaia di persone che vivono lungo quel confine.

Dalla liberazione di Kobanê in poi, ovvero da quando le città sul confine sono state liberate ed il controllo è passato da Daesh all’amministrazione democratica del Rojava, la Turchia ha costantemente minacciato invasioni ed operazioni di terra. Infatti il 24 Agosto 2016 ha varcato il confine lanciando l’operazione “Scudo dell’Eufrate” con l’obiettivo di spezzare la continuità territoriale dei territori kurdi ed impedire l’unione dei cantoni di Cizre e Kobanê con quello di Afrin (di fatto isolato dal 2012) che si era raggiunta per la prima volta dall’inizio della guerra.

Di per sé l’operazione “Scudo dell’Eufrate” è da considerarsi come un fallimento: se è vero che il ricongiungimento dei cantoni non è avvenuto, è altrettanto vero che i collegamenti tra i vari territori sono stati comunque assicurati tramite l’accordo con Russia ed Assad nella buffer zone controllata dal regime.

Inoltre la battaglia per al-Bab è costata all’esercito turco oltre 70 morti in quasi 4 mesi di assedio, poi concluso solo con un accordo fatto proprio con ISIS. L’ennesimo fallimento militare da parte di Ankara.

Un nuovo capitolo si è aperto circa 10 giorni fa con l’ingresso delle truppe turche nella zona di Idlib per “garantire” la “de-escalation zone” decisa nei meeting ad Astana tra Turchia, Iran e Russia. Ufficialmente per prevenire possibili conflitti tra le truppe di Assad ed i gruppi jihadisti che controllano la provincia, in realtà per continuare ad avere un peso ed un ruolo nei negoziati che dovrebbero decidere il futuro della Siria, ma soprattutto per spostare truppe ai confini del cantone di Afrin, aprire un nuovo fronte ed iniziare l’assedio dall’interno.

Da qui a dire che la Turchia condurrà effettivamente un’operazione contro Afrin ce ne passa. Afrin, nonostante l’assedio costante e l’isolamento, è uno dei cantoni meglio preparati militarmente e logisticamente, oltre ad essere terra di rifugio per centinaia di migliaia di profughi interni. Se questo intervento effettivamente avverrà potrebbe rivelarsi un errore catastrofico per Erdoğan. Un attacco contro Afrin non sarebbe infatti mai tollerato ed oltre al fronte siriano se ne aprirebbe uno interno, dove già oggi il PKK continua ad infliggere durissime perdite ai militari di Ankara.

Dal canto suo il governo di Damasco ha già richiesto l’immediato ed incondizionato ritiro delle truppe turche da Idlib, ma un intervento militare credo che al momento sia escluso, soprattutto dopo che i rapporti economici tra Turchia e Russia sono stati normalizzati.

Un altro elemento nuovo che tocca l’area è il Referendum per l’Indipendenza del Başûr, Kurdistan iracheno, proposto dal leader Barzani e che ha scatenato la reazione militare di Baghdad supportata dalle milizie sciite legate all’Iran. Negli ultimi giorni sembra aprirsi quindi un altro fronte per il conflitto del popolo kurdo di cui però è complesso ancora leggere la trama, tanto più che gli equilibri sia interni alla politica kurda che a livello geopolitico internazionale ne escono fortemente mutati.

Come possiamo interpretare questo “slancio indipendentista” di Barzani, manovra tattica di una borghesia interna o risposta a una spinta popolare fattasi più radicale? Quali sono le ripercussioni almeno sul medio periodo, sulla regione, sul conflitto siriano e sul popolo kurdo?

Quanto accaduto a Kirkuk ha segnato una pagina nera per tutti i kurdi, un “tradimento” doloroso perpetrato da quegli stessi leader e partiti che hanno (s)venduto le istanze popolari così tanto spinte negli ultimi mesi ed ancora di più nei giorni immediatamente precedenti al Referendum.

Il Referendum del 25 Settembre si è rivelato per quello che era, ovvero uno specchietto per le allodole: Barzani lo ha deciso e confermato in modo unilaterale nonostante la situazione politica interna al Governo Regionale Kurdo (KRG) assolutamente disastrata, con un parlamento che non si riuniva da 22 mesi ed un mandato più volte prolungato senza una straccio di parvenza democratica.

Chiaramente i diversi attori regionali (Turchia, Iraq ed Iran in primis) hanno immediatamente fatto fronte comune contro la possibilità di una Stato kurdo, ma anche gli “alleati di sempre” come gli Stati Uniti si sono smarcati dichiarandosi contrari alla possibilità di una dichiarazione di indipendenza.

Ciò che doveva essere un’espressione della volontà popolare, si è trasformato in un trucco da parte dei leader illegittimi del KRG per avere più carte da giocarsi nei negoziati con Baghdad.

Il KRG con Kirkuk ha esplicitato il suo fallimento politico; le istanze nazionaliste hanno prodotto una forte aspettativa poi totalmente tradita. L’errore principale è stato quello di includere Kirkuk ed i territori contesi acquisiti dopo il 2014 nel Referendum. Quanto accaduto il 16 Ottobre ha portato alla luce la politica sporca perpetrata da Barzani e dall’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) per continuare a coltivare i propri interessi feudali.

Oggi pare evidente come lo scopo del Referendum non fosse quello dell’indipendenza, bensì dell’espansione territoriale, per di più in una delle zone maggiormente ricche di petrolio che portava incassi per circa 500.000 barili al giorno. Il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) di Barzani aveva bisogno del controllo sul petrolio per “misurare” la sua prospettiva di indipendenza, o meglio di espansione territoriale.

Entrambi i partiti, KDP e PUK, hanno stretto accordi con Baghdad sostanzialmente per continuare a coltivare il consolidamento di due aree ben distinte: quella del KDP a nord e del PUK a sud. Così facendo ognuno dei clan potrà continuare a sostenere i propri interessi.

Il “sogno” di un “Kurdistan indipendente” è crollato miseramente: non aveva nessun tipo di fondamenta, nessuna base progettuale politica. Il Governo Regionale Kurdo come istituzione in quanto tale in realtà non è mai esistito, o meglio potremmo dire che ha fallito. Si è portato avanti un sistema feudale basato su corruzione, despotismo, capitalismo sfrenato e autoritarismo. Nonostante miliardi di dollari di aiuti, finanziamenti, armi e protezione delle potenze occidentali, il KRG si è dimostrato incapace di applicare una buona governance: un castello di carta basato sulla ricchezza per pochi e povertà per i più.

Oggi da una parte abbiamo il rischio che il “sogno” dell’indipendenza debba essere garantito con ogni mezzo possibile, anche attraverso un sistema mafiocratico. Dall’altra non si può escludere che Kirkuk possa sollevare quelle contraddizioni già da tempo presenti e che però mai realmente sono state fatte esplodere dalla popolazione. Con le ultime mosse, sia KDP che PUK potrebbero perdere la loro base clientelare e trovarsi in una situazione scomoda.

Il desiderio di autodeterminazione da parte del popolo kurdo è sacrosanto e va sostenuto: l’intervento militare di Baghdad è indegno ma probabilmente prevedibile.

La strada giusta sta lì, oltre il confine, nei territori liberati della Siria del Nord che ci insegnano come il modello dello Stato-nazione sia fallito, come il modello sociale da costruire sia quello della nazione democratica, dell’autogoverno dei popoli senza differenza di etnia o religione.

Nell’attuale ginepraio siriano sembrano due le costanti che possiamo rilevare a grandi linee: in primis un campo di contesa imperialista tripartito che vede ancora l’asse Siria-Iran-Russia, la Turchia e gli USA confrontarsi sulla pelle del Medioriente; in secondo luogo una “tendenza all’entropia” che va allargando la destabilizzazione politica e militare di un’area sempre più estesa. Quali scenari possiamo prevedere per il futuro prossimo?

Questa è proprio la fatidica domanda da “un milione di dollari”.

In questi anni di guerra in Siria se ne sono viste di tutti i colori, con alleanze nate e morte in men che non si dica, tradimenti e cambi repentini di campo.

Assad è stato dato per finito troppo in fretta, attori come la Turchia, che sin dal 2011 hanno sostenuto militarmente e finanziariamente gli oppositori al regime, si sono ritrovati a rimangiarsi tutto, fare un passo indietro (come ad Aleppo) e sedersi allo stesso tavolo del “nemico” di sempre. Gli Stati Uniti hanno galleggiato tra mille contraddizioni ed infine hanno trovato un alleato militare affidabile nei kurdi e nella coalizione SDF per pulirsi la faccia, non senza assestare coltellate alla schiena come l’operazione “Scudo dell’Eufrate” o i bombardamenti turchi sulle basi YPG il 25 Aprile scorso. La Russia di Putin è divenuta un interlocutrice ineludibile, ascoltata e ricercata da tutti, con le mani in pasta un po’ ovunque.

Erdoğan ad oggi è il vero sconfitto della guerra in Siria: ha visto infrangere i suoi ambiziosi piani di diventare il leader del mondo sunnita, non è riuscito ad abbattere Assad e si è ritrovato in rotta di collisione con Mosca e Teheran, salvo poi ricucire i rapporti economici con i primi e fare blocco in chiave anti-kurda con i secondi. La guerra in Siria ha segnato definitivamente la rottura della Turchia con l’Europa ed il blocco occidentale, ed oggi il paese di Erdoğan guarda molto più ad oriente e verso l’Africa, dove ha mire espansionistiche come ad esempio in Somalia, praticamente divenuto Paese satellite di cui controlla l’80% degli ingressi economici.

L’Iran dal canto suo continua a mantenere un ruolo di primo piano nell’area mediorientale e non è escluso un aumento della tensione con gli Stati Uniti di Trump.

Gli scenari per il prossimo futuro sono poco prevedibili: in Siria la guerra è ancora in corso ed è comunque lontana dal dirsi conclusa, le aree di influenza delle potenze regionali ed internazionali sembrano al momento ben delineate, almeno nei loro piani.

Alla fine questi discorsi possono essere utili per farsi un’idea, ma la geopolitica appare come qualcosa sempre molto distante dalle persone e lascia il tempo che trova. Personalmente credo che oggi l’unica speranza per i popoli del Medioriente sia nella Rivoluzione confederale in corso nel nord della Siria. Se questo processo di democratizzazione radicale si allargasse anche nelle regioni contigue, allora sì che finalmente tutta l’area potrebbe salvarsi dalle mire imperialiste, dai signori della guerra, dai despoti e dalla tirannide. Io sto con loro.

Zero