CI LASCIAMO O NON CI LASCIAMO? LA TENSIONE CRESCE IN CATALOGNA

0 Posted by - 25 ottobre 2017 - INTERNAZIONALISMO

Dopo il 1° ottobre, giorno in cui si è celebrato lo storico Referendum per l’autodeterminazione della Catalogna, segnato dalla feroce repressione dello Stato spagnolo e dalla resistenza e dall’esempio di dignità praticati da centinaia di migliaia di persone in difesa delle urne e dei collegi elettorali, la situazione ha visto un’escalation della tensione e il posizionamento di tutte le forze e soggetti politici. Per comprendere come si è agito sui vari livelli bisogna sviscerare, passo dopo passo, il ruolo che hanno giocato gli attori politici dalle istituzioni ai movimenti di base.

Il piano del repressione è probabilmente quello in cui si è mostrata maggiormente la strada che intende seguire il governo spagnolo nei confronti della sfida indipendentista. Se il governo catalano ha puntato sul dialogo e le strade si sono riempite di gente disposta a realizzare mobilitazioni assolutamente pacifiche per chiedere una volta per tutte che si ascolti la voce del popolo, lo Stato spagnolo ha risposto con una dimostrazione di forza con cui cerca, soprattutto, di seminare il terrore tra i catalani per farli tornare a casa. Già precedentemente al 1° ottobre erano stati inviati più di 10 mila agenti della Policía Nacional e della Guardia Civil, corpi repressivi incaricati di cercare di impedire la celebrazione del Referendum attraverso il sequestro delle urne e la chiusura dei collegi elettorali. Queste azioni sono state condotte con attacchi diretti e violenti, con manganellate, pallottole di gomma e in un caso anche con i lacrimogeni, davanti allo sguardo attonito degli osservatori internazionali e della stampa di mezzo mondo. Lo stesso giorno del Referendum gli abitanti di vari paesi in cui alloggiavano le forze di occupazione dello Stato sono andati a protestare davanti agli alberghi, con azioni che si sono ripetute per vari giorni fino a che molti di questi alberghi non hanno deciso di “cacciare” gli agenti che sono stati poi sistemati nelle caserme militari presenti in Catalogna. A queste proteste si è risposto, in alcuni casi, con altra repressione: a Calella, un piccolo paese della costa a nord di Barcellona, un gruppo di 15 agenti in borghese della Guardia Civil correvano per il paese manganelli estraibili alla mano ferendo vari manifestanti disarmati e arrivando addirittura a rompere il naso e alcune ossa della faccia di un manifestante; a Pineda de Mar un poliziotto ha puntato la pistola dalla finestra minacciando i manifestanti. Una volta passato il Referendum, non solo i poliziotti non hanno lasciato la Catalogna, bensì lo stesso Ministro degli Interni spagnolo ha recentemente annunciato che rimarranno fino almeno al 2 novembre e che, in caso servisse, ne invierebbe altri. Inoltre, bisogna considerare che il costo per mantenere questi poliziotti in Catalogna è stato calcolato in più di 34 milioni di euro.

Sul piano giudiziario la situazione non è molto più incoraggiante né spinge a pensare che la strategia spagnola sia indirizzata ad una politica di distensione. Se prima del Referendum più di 700 sindaci erano stati indagati dalla Procura (Fiscalía) in qualità di corresponsabili della preparazione della consultazione considerata illegale – e questo processo potrebbe portare molti di loro ad essere condannati a pene detentive – a partire dal 4 ottobre si sono aperte pratiche contro le persone considerate responsabili delle mobilitazioni precedenti al Referendum, come la manifestazione di massa del 20 settembre per protestare contro il sequestro e l’arresto di varie cariche del governo catalano. Il 4 ottobre stesso la giudice dell’Audiencia Nacional1 Carmen Lamela2 ha citato in giudizio i presidenti delle entità civico-politiche Omnium Cultural, Jordi Sánchez, e Assemblea Nazionale Catalana, Jordi Cuixart, così come il principale responsabile politico dei Mossos d’Esquadra, il maggiore Josep Lluis Trapero per quelle manifestazioni, con l’accusa del reato di sedizione3. Il 16 ottobre ha poi inviato i primi due in carcere preventivo e senza cauzione: sono così stati considerati dalla grande maggioranza della società catalana e spagnola, ed anche di Amnesty International Spain, come prigionieri politici. L’onda di solidarietà con queste due persone è stata immensa e si sono prodotte grandi mobilitazioni per chiedere la loro immediata liberazione.

Sul piano istituzionale in questi ultimi giorni abbiamo vissuto una guerra dialettica tra i governi catalano e spagnolo, nella quale il primo, seguendo una prudenza auto-imposta, ha cercato in ogni momento di spostare la pressione del prendere le decisioni sul secondo, guardando sempre con un occhio alla comunità internazionale. Il 10 ottobre era il giorno prestabilito in cui il blocco indipendentista doveva pubblicare i risultati del Referendum, agire di conseguenza e dichiarare nel Parlamento catalano, prestando fede al mandato popolare, l’indipendenza del Principato di Catalogna. Questa dichiarazione non si è prodotta formalmente, né è stata votata dai parlamentari. Il Presidente Carles Puigdemont ha affermato, in quell’occasione, che era disposto a seguire il mandato popolare sorto dal Referendum ma che lo lasciava in sospeso nell’attesa dell’apertura di un possibile negoziato con il governo spagnolo attraverso una mediazione internazionale. Da parte sua il governo centrale ha dato un ultimatum al Presidente catalano affinché dicesse in forma chiara e concisa se aveva dichiarato o meno l’indipendenza, con la minaccia di applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola che consiste nella sospensione del governo autonomo, una misura mai utilizzata e che si configura come attacco diretto alla democrazia perché attenta contro un governo e un’autonomia direttamente eletti dai catalani. Su questo piano si è mossa la situazione istituzionale negli ultimi giorni, con differenti lettere dirette da un lato all’altro nelle quali Puigdemont chiedeva la fine della repressione e l’apertura di una via di dialogo mentre Rajoy continuava a minacciare maggiore repressione e sospensione dell’autogoverno. Giovedì 19 ottobre, termine concesso dal governo spagnolo ai catalani affinché rispondessero se avevano dichiarato o meno l’indipendenza, il Presidente catalano ha pubblicato una lettera con la quale continua a chiedere allo Stato spagnolo la fine della repressione, ma nella quale include una novità: il 10 ottobre cioè non ha dichiarato formalmente l’indipendenza, ma allo stesso tempo dichiara che, in caso il governo spagnolo applicasse l’articolo 155, non avrebbe altro rimedio che proclamarla. La risposta da parte spagnola, passati appena 15 minuti dalla pubblicazione della lettera di Puigdemont e dimostrando di non averla neanche letta poiché non si fa cenno ad alcuno dei punti proposti del Presidente catalano, affermava come unica via possibile l’applicazione del 155 e convocava un consiglio dei ministri straordinario per sabato 21 con il fine di stabilire le modalità con cui realizzare la sospensione.

La riunione dei ministri di sabato 21 è avvenuta dopo due giorni in cui le forze unioniste spagnole – Partito Popolare, Partito Socialista e Ciudadanos – hanno espresso parere favorevole all’applicazione dell’articolo 155 per ristabilire l’ordine costituzionale in Catalogna. Dopo questa riunione, il Presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy è comparso pubblicamente per spiegare in quali modi applicheranno l’articolo e, con sorpresa di molti, ha annunciato che avverrà nella forma più dura: saranno destituite tutte le alte cariche del governo catalano, alcune cariche intermedie e saranno sequestrate le emissioni della radio e della televisione pubbliche catalane (Catalunya Radio e TV3) e dell’Agenzia Catalana di Notizie, producendo in questo modo una situazione senza precedenti che potrebbe durare, secondo le parole della vice-presidente del governo Soraya Sáenz de Santamaría, almeno 6 mesi. L’intenzione del governo del Partito Popolare e dei partiti che gli danno appoggio per l’applicazione del 155 (Partito Socialista e Ciudadanos) è, come hanno annunciato in varie occasioni, di convocare elezioni in Catalogna. È però un mistero il modo in cui pensano di cambiare o calmare le cose, visto che i sondaggi elettorali danno una vittoria schiacciante dei partiti indipendentisti. Una delle teorie che più si sta diffondendo in questi giorni nei circoli e nei comitati di esperti politici afferma che il piano del governo e delle forze unioniste prevede il prolungamento del periodo di intervento e sequestro delle istituzioni catalane fino alla preparazione e approvazione di una nuova Legge dei Partiti Politici4, cosa che gli permetterebbe di illegalizzare quei partiti che abbiano nel proprio programma la proclamazione della Repubblica catalana o la celebrazione di un Referendum. Si crede quindi che questa sarà l’opzione seguita dal governo una volta applicato l’articolo 155, poiché è impossibile comprendere, se così non fosse, l’insistenza nel sostenere la convocazione di elezioni che hanno già perso prima di averle celebrate.

La condanna di questa nuova situazione politica è stata unanime dalle forze politiche che non fanno parte dell’asse unionista ed anche a livello internazionale, e la svolta data dal governo spagnolo è considerata come un autentico colpo di Stato in Catalogna. Per capire i motivi per cui viene considerato tale, bisogna tenere in considerazione che il Partito Popolare, nelle ultime elezioni autonome catalane, ha ottenuto solamente 11 dei 135 seggi nel Parlament, con un 8,5 % dei voti, mentre adesso diventerebbe, attraverso l’applicazione di questo articolo della Costituzione, l’organo esecutivo in Catalogna, e allo stesso tempo sarebbe incaricato di compiere quest’appropriazione mediante organi esecutivi, giudiziari e di polizia spagnoli. La sospensione dell’autogoverno e l’intervento sulle istituzioni e mezzi di comunicazione pubblici, azione che non ha precedenti nella storia recente dello Stato spagnolo da quando il generale Francisco Franco sciolse per decreto la Generalitat appena finita la Guerra Civil, ha visto una risposta importante da parte dei lavoratori delle entità che saranno colpite dallo Stato. Tanto i lavoratori della televisione e della radio pubbliche quanto quelli dei diversi dipartimenti del governo catalano hanno affermato in più comunicati che intendono rispettare il mandato delle urne catalane – con cui il 27 settembre 2015 venne eletto il governo – che oggi lo Stato spagnolo vuole rovesciare, e sono disposti a disobbedire agli ordini provenienti dall’esecutivo imposto con l’articolo 155.

In risposta a questo, governo e parlamento catalani hanno convocato una seduta per giovedì 26, il giorno prima in cui il Senato spagnolo – dove il Partito Popolare ha la maggioranza assoluta – voterà l’applicazione del 155; nella seduta del Parlament si dovrebbe discutere, teoricamente, il modo in cui fronteggiare questa nuova situazione, e secondo vari mezzi e fonti comunicative sono molte le probabilità per cui si deciderà se votare e approvare definitivamente la Repubblica indipendente di Catalogna5, dando quindi seguito al mandato sorto dal Referendum vincolante del 1° ottobre.

Sul piano delle mobilitazioni popolari, dopo la massiva partecipazione in difesa dei collegi elettorali del 1° ottobre, l’attività è continuata. Nonostante l’evidente logoramento della giornata del Referendum e dell’imponente Sciopero Generale del 3 ottobre (che ha avuto un’adesione senza precedenti arrivando a paralizzare il Paese), la cittadinanza ha continuato a rispondere in maniera esemplare in tutte le manifestazioni e concentramenti che sono stati convocati a scadenza quasi giornaliera a causa dei costanti attacchi alla democrazia, libertà e autogoverno che la Catalogna sta subendo. I Comitati di Difesa del Referendum, costituiti come organizzazioni di base per coordinare la difesa dei collegi elettorali nella maggioranza dei paesi e quartieri catalani, sono andati trasformandosi in assi di autorganizzazione e mobilitazione popolare che a partire da quel giorno si incaricano di coordinare le varie azioni con cui si cerca, da un lato, di contrastare le azioni repressive spagnole, e dall’altro di fare pressioni dal basso al governo catalano affinché proclami la Repubblica il prima possibile, poiché si teme un’escalation repressiva che limiti le libertà e renda impossibile la realizzazione dell’indipendenza nel prossimo futuro. In questi giorni, nella previsione che il governo centrale continui nei suoi attacchi alla Catalogna – con la possibilità di incarcerare ancora più persone – e che il governo catalano si mantenga esitante rispetto alla dichiarazione d’indipendenza, il ruolo della mobilitazione popolare sarà la chiave per mantenere tesa la situazione e ottenere il compimento del mandato sorto dal Referendum del 1° ottobre.

Col crescere della tensione, infatti, si sono moltiplicate le voci secondo cui l’uscita più logica di questa situazione sarebbe la convocazione di elezioni autonome da parte di Carles Puigdemont. Dai settori definiti “equidistanti”, soprattutto Podemos o Catalunya en Comú guidati dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, al settore più autonomista del PDeCat, principalmente nelle figure dell’ex presidente Artur Mas e il consigliere Santi Vila (entrambi eredi del catalanismo “patteggiatore” che rappresentava Jordi Pujol), si sono fatte pressioni sul governo catalano affinché cerchi un’uscita dignitosa a questo crocevia senza arrecare danno all’economia del Paese6. È certo però che questa mossa è vista dalla grande maggioranza della popolazione e dei settori sociali organizzati attorno all’indipendentismo come una trappola per vari motivi. Da un lato i dirigenti del Partito Popolare e di Ciudadanos hanno affermato in più occasioni che la convocazione di elezioni autonome non fermerebbe l’applicazione dell’articolo 155, la destituzione totale delle cariche di governo e l’intervento sulle istituzioni, in quanto sarebbe necessaria, perché ciò accada, un’autentica marcia indietro dei piani sovranisti, operazione che potrebbe essere qualificata solo come umiliazione pubblica di tutto il sovranismo. Dall’altro lato, le elezioni, per quanto possano essere mascherate da “costituenti” come indicato da alcuni settori del governo catalano, non servirebbero a niente senza una precedente proclamazione della Repubblica.

La sinistra indipendentista, con in primo piano la CUP e il lavoro che si sta producendo dalla base mediante i Comitati di Difesa del Referendum, ha puntato inequivocabilmente sulla pressione – fino alle estreme conseguenze – sul governo catalano affinché non ascolti i canti delle sirene provenienti dai settori patteggiatori dell’autonomismo catalano, dalle élite economiche del Paese o dagli equidistanti, e spinga invece verso l’unica uscita possibile di questa situazione politica, ovvero la proclamazione della Repubblica e, a partire da questa, l’inizio della costruzione del nuovo Paese attraverso le assemblee costituenti da un lato e, dall’altro, l’utilizzo del nuovo status di Stato sovrano per negoziare alla pari con lo Stato spagnolo. La realizzazione di questo passaggio è considerata essenziale per ottenere la considerazione sia dello Stato che della comunità internazionale, ed anche per poter fronteggiare l’ondata repressiva che si prevede sia conseguente all’approvazione ufficiale del 155, dal momento che perdendo il controllo delle istituzioni, tra cui anche il consiglio degli interni e il dipartimento di sicurezza, le forze di occupazione, ad oggi circa 10 mila effettivi, vedranno aggiungersi i circa 17 mila Mossos d’Esquadra distribuiti su tutto il territorio catalano che passerebbero sotto il controllo diretto dell’esecutivo spagnolo. La sinistra indipendentista conta sufficienti forze per poter difendere dalle strade la decisione del popolo catalano del 1° ottobre e, per questo motivo, ha chiamato alla mobilitazione permanente sia per difendersi dagli attacchi repressivi provenienti dal 155, sia per continuare a mettere pressione al governo catalano affinché obbedisca al mandato popolare e proclami la Repubblica. Le prossime ore e giorni si prevedono, dunque, cruciali tanto dal punto di vista internazionale quanto per il livello di risposta popolare per vedere fino a dove può arrivare il processo indipendentista che affronta un momento culminante.

Jaume Compte

1 L’Audiencia Nacional è un tribunale speciale spagnolo, diretto discendente del Tribunal de Orden Público franchista, che ha come funzione quasi esclusiva il giudizio di reati politici.

2 La giudice Carmen Lamela, considerata teoricamente progressista, è stata incaricata, un anno fa, di mandare in carcere tre giovani della località basca di Altsasua per una rissa notturna con due agenti della Guardia Civil e le loro partner in un bar della stessa località; per quei fatti sono accusati del reato di terrorismo. A ottobre 2016, pochi giorni prima che mandasse in carcere questi giovani compagni, era stata insignita dal Ministero degli Interni spagnolo della Croce d’Argento al Merito della Guardia Civil.

3 Nello Stato spagnolo il reato di sedizione, che non viene applicato dall’anno 1973, epoca franchista, stablisce che “Sono rei di sedizione coloro che, senza essere compresi nel reato di ribellione, si sollevino pubblicamente e tumultuosamente per impedire, con la forza o fuori dalle vie legali, l’applicazione delle Leggi o a qualsiasi autorità, organismo ufficiale o funzionario pubblico, il legittimo esercizio delle sue funzioni o il compimento dei suoi accordi, o delle risoluzioni amministrative o giudiziarie”.

4 La Legge Organica 6/2002, conosciuta come Legge dei Partiti, venne approvata nel 2002 dalla maggioranza dell’arco parlamentare spagnolo – compresa Convergencia i Uniò, partito del centro-destra catalano – con il fine di “garantire il funzionamento del sistema democratico, impedendo che un partito politico possa, in forma reiterata e grave, attentare contro quel regime di libertà, giustificare il razzismo e la xenofobia o appoggiare politicamente la violenza e le attività di bande terroriste”. Nella pratica è servita esclusivamente ad illegalizzare Batasuna, il partito politico della Sinistra Indipendentista basca. Questa legge non è mai stata applicata per tentare di illegalizzare altre formazioni, nonostante la presenza, ad esempio, di vari partiti eredi del franchismo – come lo stesso Partito Popolare – che continuano a giustificare, difendendo o non condannando, la dittatura di Franco.

5 Proprio questa mattina (mercoledì 25), il giornale catalano El Nacional afferma che, in una riunione notturna, il governo catalano avrebbe raggiunto un accordo per la proclamazione della Repubblica; allo stesso tempo, però, ammette che la posizione potrebbe cambiare nelle prossime ore, poiché da un lato è probabile che alcuni consiglieri abbandonino il governo in caso scegliesse l’indipendenza, e dall’altro non si sarebbe sciolto ancora il dubbio se convocare semplici elezioni autonome (come pretendono le forze unioniste) oppure proclamare la Repubblica e convocare elezioni costituenti.

http://www.elnacional.cat/es/politica/govern-acuerdo-republica_205536_102.html

6 Dal 1° ottobre, la campagna mediatica che parla della fuga di imprese dalla Catalogna è costante. Bisogna chiarire, però, che nonostante alcune banche e grandi imprese abbiano trasferito la propria sede sociale – non quella fiscale né tantomeno i centri produttivi – il calcolo, senza dati ufficiali, vede circa 600 imprese che hanno cambiato sede: queste rappresentano solo l’uno per mille delle più di 600 mila del tessuto imprenditoriale catalano.