LA DISFATTA DEL CINEMA DI ROMA

0 Posted by - 8 novembre 2017 - RIFLESSIONI

Erano gli anni ’60 quando la città di Roma era la Hollywood di Italia: in quegli anni, grazie al fiorente cinema, Roma era al centro dell’attenzione di tutti, del mondo. Erano gli anni del boom economico, l’espansione della classe media, il dilagare delle periferie “povere ma belle”; erano gli anni in cui il cinema raccontava tutto questo, erano gli anni del Neorealismo. Venivano raccontate storie di vita quotidiana, di “ragazzi di vita”, di borgate, di amori, di delusioni, di lavoro, di povertà. Roma in quegli anni era tutto questo e lo è tuttora.

Di quello splendore ora rimane solo un pallido ricordo.

Le mani sulla città” che un tempo si muovevano in modo silenzioso, subdolo e discreto ora arraffano alla luce del sole, sono diventate la norma e si vestono da eventi culturali/istituzionali, specchio per le allodole per cittadini ormai stanchi che si aggrappano ad essi per sentirsi parte di un qualcosa.

Dal 26 Ottobre al 5 Novembre si è svolta la Festa del Cinema di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica. La manifestazione è organizzata dalla Fondazione cinema per Roma, costituita dai soci fondatori Roma Capitale, Regione Lazio, Provincia di Roma, Camera di commercio, Fondazione musica per Roma. È un evento voluto fortemente dalla giunta veltroniana che al tempo governava la città e che improntò la sua campagna elettorale sulla promozione di eventi e nel riportare la città di Roma ad essere centro nevralgico della cultura.Quest’evento per 12 anni ha portato introiti alle casse del Comune, grazie all’aiuto dei fondi delle banche (nell’ultima edizione maggior sponsor è stata la BNL). Ma quest’anno ai film in concorso, se non al nuovo di Paolo Genovese, è dato poco risalto. Intorno alla Festa è stata costruita una pubblicità mediatica eccessiva per un evento che non sembra aver raggiunto lo scopo che si era prefissato: ovvero la promozione di film nazionali e internazionali. Alla Festa del Cinema possono partecipare tutti: gli accreditati che, a seconda che siano studenti o professionisti, pagano un quantum per ricevere un badge che gli permette di accedere agli eventi e alle proiezioni per tutta la durata della Festa. E poi c’è “il pubblico” ovvero coloro che comprano i biglietti quotidianamente per partecipare a ogni singola proiezione o incontro con gli ospiti nazionali e internazionali che calcano il red carpet. Detta così, sembrerebbe che gli accreditati fruiscano di maggiori agevolazioni, di una via preferenziale per accedere alle varie iniziative. Appunto: sembra. In questi giorni, infatti, davanti alle sale si sono viste file interminabili di accreditati che per ore hanno atteso, spesso invano, di entrare per assistere alle prime dei film. Ma non sono stati i soli sfortunati: anche chi aveva il biglietto singolo è rimasto fuori la porta, per il semplice motivo che per il pubblico sono stati emessi e venduti più biglietti di quanti fossero i posti realmente a disposizione. All’incontro con il regista David Lynch si è evidenziata palesemente tale incongruenza e disorganizzazione (per non dire truffa): dopo ore interminabili di fila non tutti sono riusciti ad entrate nella sala, sia gli accreditati che chi disponeva del biglietto. L’incontro con Lynch si è svolto presso una delle sale più grandi dell’Auditorium con una capienza di 1200 posti a sedere, dei quali più di 1000 sono stati venduti al pubblico. Per questo motivo buona parte degli accreditati e del pubblico pagante è rimasta bloccata dal cordone della sicurezza vedendo, così, svanire la speranza e la voglia di assistere ad un qualcosa che aspettavano da tempo e che, per gli accreditati, poteva essere funzionale ed utile alla propria carriera professionale. È ovvio che si tratti di un’operazione di puro mercato: all’organizzazione per gonfiare le proprie tasche è convenuto molto vendere i biglietti singoli degli eventi infischiandosene se poi tutti potessero o meno riuscire a parteciparvi (molti sono rimasti fuori con il biglietto pagato in mano). Stessa sorte, forse peggiore, per gli accreditati che oltre a motivare la richiesta d’accredito hanno dovuto pagarne il rispettivo contributo. L’organizzazione, alle sacrosante proteste, ha virato subito e in maniera maldestra il problema, dando la colpa al pubblico pagante responsabile di non aver letto attentamente il regolamento della Festa. Sono risultate inutili le ulteriori richieste di informazioni riguardo l’eventuale rimborso. Come succede in questi casi, i tanti esclusi dalla partecipazione all’evento se la sono presa con la sicurezza considerata poco professionale nel gestire il tutto. Una security, è bene dirlo, fatta di ragazzi che per 10 giorni di fila hanno lavorato 12 ore al giorno in piedi e sotto pagati, e che si sono fatti carico della disorganizzazione dei loro capi. Una Festa che ha esaltato la kermesse di stelle cadenti, di meteore e soubrette paillettate che sperano nella visibilità mediatica per poter essere un giorno le vere protagoniste di quel tappeto. Una festa di lustrini e imbolsite signore che hanno mostrato esageratamente sfarzi e pellicce: la passerella dell’esaltazione della superficialità dello spettacolo più bieco, una bella vetrina con al suo interno prodotti vecchi e scadenti. C’è da riconoscere che i film presentati nella sezione Alice nella città, che è la sezione autonoma e parallela che affianca la Festa del Cinema e che cura gli eventi rivolti al settore giovani/educational, ha presentato delle proiezioni interessanti che si spera possano essere veicolate negli istituti di formazione e non vengano dimenticate. La città di Roma ancora una volta ha perso un’occasione: quella di riprendersi dal tracollo culturale subito in questi ultimi anni. Poteva essere un’opportunità per ritornare, anche se a fatica, ad essere la capitale della cultura e dello spettacolo, quello sano, quello intelligente. Un’altra occasione mancata, e in un periodo in cui ci si annunciano stanziamenti di fondi per promuovere la cultura, l’innovazione e la sensibilizzazione delle nuove generazioni su temi di estrema attualità, affrontati da pellicole contemporanee e non. Ma all’interno di questo scintillante e faraonico spot istituzionale di tutto questo non s’è trovato traccia. Tutto questo brutto “teatrino” avvalora ancor più l’importanza dei festival del cinema indipendenti, che promuovono cultura indipendente, si autofinanziano con il sistema del crowdfunding e in cui si dà risalto al cinema e alla funzione sociale che questo può avere. Anche l’aspetto organizzativo funziona decisamente meglio di qualsiasi altro evento istituzionale, perché è assente l’aspetto più bieco della gerarchia burocratica che si evidenzia con l’esercizio del “potere” e dello sfruttamento.

Se l’organizzazione di un evento istituzionale/culturale come questo, della durata di 10 giorni, non è andato per il meglio pur essendosi svolto in un posto chiuso e rivolto ad un numero limitato di persone, c’è da chiedersi come sarebbe andata a finire se si fosse deciso di far svolgere le Olimpiadi in questa città.

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