DI STUPRI, DI DEGRADO E DI MARGINALITÀ

0 Posted by - 11 novembre 2017 - RIFLESSIONI

Telegiornale dell’ora di pranzo: notizia di un ennesimo stupro di due ragazzine da parte di due ragazzi Rom. Il tono? Sempre quello da tragedia accompagnato da particolari scabrosi, come se dovessero per forza far salire quell’insieme di disgusto e interesse malato che sembra piacere tanto. Sì, è proprio quello che vogliono fare e chi se ne frega se si parla di persone: l’importante è fare notizia, e in sé e per sé la notizia non serve minimamente a parlare dello stupro, delle cause culturali e materiali che sono alla base di qualsiasi forma di violenza di genere o delle possibili soluzioni a tutto ciò. No, non è questo che interessa. Il sottotitolo della notizia potrebbe essere: “Degrado, cattivo uso dei social, campi rom e immigrazione mettono in serio pericolo le nostre donne”. È sempre la stessa storia trita e ritrita che però sembra non stancare mai: quella tanto decantata opinione pubblica che è subito pronta a riempirsi la bocca famelica delle parole dei mezzi di comunicazione.

Uno stupro è l’occasione perfetta per dire ciò che conviene alla classe dirigente, per mettere in luce qualcosa e adombrarne altre e allora ecco che il giornalista, con il suo tono contrito, dichiara il quartiere Collatino – periferia Est di Roma – uno dei più pericolosi della Capitale, dove il degrado la fa da padrone e la sicurezza – si legga controllo sociale – è scarsa.

Seguiamo però passo passo la notizia, le parole usate, ciò che trapela tra le trame del racconto.

Per prima arriva l’identificazione del quartiere dove si è consumato lo stupro: la periferia. Non importa quanto più o meno vicino al centro sia quel quartiere, quale sia il suo tessuto sociale o il livello economico di chi lo abita; periferia è sempre estrema, marginale, sempre un altrove rispetto a ciò che è normale. Va da sé che normali siano il centro o quartieri non periferici; qui si intende periferico in senso simbolico, nei termini in cui la periferia non è determinata dalla collocazione spaziale lontana dal centro amministrativo e culturale, ma piuttosto da un’insieme di immaginari che la fanno individuare in un determinato luogo. Quando si dice periferia è immediata l’associazione con qualcosa di marginale, di non controllato, dove al potere Statale si sostituisce un potere d’ordine diverso, si potrebbe dire delinquenziale, dove gli scorci sono vie merlati da alti palazzi, piastrellati di strade dissestate, macchiate da aree interstiziali vuote e pericolose. Nella nostra mente si fanno spazio immagini di vite vissute al limite della povertà, della legalità, della normalità appunto. Vite passive, incapaci di migliorarsi e di migliorare lo spazio che attraversano, oggetti e mai soggetti. La periferia non è mai vista – e non si vuole che essa stessa si veda – come soggetto, perché il suo potenziale distruttivo dell’ordine delle cose spaventa e non deve manifestarsi pena il collasso o il compromesso. Che si mantengano allora strati sociali nella loro situazione attuale, che li si nutra di notizie preconfezionate, che si dica loro che è colpa del degrado o degli immigrati, così che il vero nemico possa rimanere al caldo delle sue quattro mura. La somma di questi elementi porta a pensare che sia ovvio che in un quartiere periferico avvengano degli stupri.

Con il concetto di periferia va a braccetto il degrado: questo fantastico, fantasioso degrado che ormai viene sventolato ogni volta che ce n’è occasione, una sorta di barattolo dove si può infilare tutto per non guardare i veri problemi. Guardare al degrado invece che ai casi particolari è un po’ come guardare il dito invece che la luna. Cos’è il degrado? È tutto e niente: è il barbone che dorme in stazione, il rom, è la prostituta sotto casa e i ratti che banchettano tra i cassonetti (cumuli di immondizia non mancano mai nelle periferie), è il pazzo che parla da solo o le giovani ubriache fuori dal pub, sono gli atti “vandalici” dei writers e la rivolta degli abitanti delle case popolari. È tutto ciò che non risponde alle norme di decoro della classe dirigente, alla tranquillità, alla produttività, al rispetto delle regole.

Tornando al servizio del telegiornale, dopo aver descritto come è avvenuto lo stupro si passa alle interviste, e qui l’asino cade con tutto il carretto e pure con il carrettiere: qual è la risposta più ovvia al degrado? Il controllo. Sono gli abitanti stessi che chiedono più sicurezza, più presenza delle forze dell’ordine, senza capire che più controllo non vuol dire quartieri migliori. Più controllo e meno rom, meno immigrati, perché lo sbocco di queste notizie è spesso e tristemente il razzismo. Facile come bere un bicchiere d’acqua è dire “è colpa sua”, del diverso da me: se le cose vanno male, ben più difficile è individuare il vero nemico.

Infine il servizio termina con la specifica che gli stupri si sono verificati mesi prima, ma che le ragazze erano state minacciate e, impaurite, hanno aspettato fino ad ora per denunciare, come se il tempo intercorso tra il fatto e la denuncia debba essere giustificato.

Questo è solo un esempio tra i tanti servizi e articoli che i media di massa diffondono riguardo alla violenza di genere, ma vi è in tutti un filo condutture: quello che parte dalla periferia, passa per il degrado e le migrazioni ed arriva fino alla tanto agognata sicurezza nei quartieri, alla difesa delle “nostre donne”. Quanto pericolose sono tutte queste affermazioni. Tutto è fatto per non risolvere niente. Invece di autorganizzarsi nei quartieri per migliorare qualcosa, per difendersi dagli attacchi delle istituzioni, si trova un nemico facilmente individuabile: lo straniero e/o il degrado. Invece di insegnare sin da piccoli alle bambine l’autodifesa e l’autodeterminazione e ai bambini la parità e il rispetto1, si individuano nella periferia e, ancora una volta, nel degrado e nel migrante la causa degli stupri. Non è nell’interesse della classe dirigente risolvere i reali problemi: piuttosto lo è quello di mantenere lo stato di cose esattamente così com’è.

Le soluzioni sono proposte in continuazione, ma l’interesse istituzionale è altrove: sulle quote rosa e sulla giornata contro la violenza sulle donne (tanto il giorno dopo torna tutto come prima), sulle pubblicità progresso, sui matrimoni gay, mai sull’educazione.

Non si stupra perché si è immigrati, si stupra perché gli uomini sono figli di una cultura patriarcale, perché le condizioni materiali spesso non favoriscono la crescita culturale e personale o il miglioramento.

Nel discorso dei media, che poi è il discorso istituzionale, tutto appare come prestabilito: una sorta di destino cosmico che fa sembrare le cose statiche, immutabili ed eterne. È tutto funzionale affinché niente cambi. Le periferie sono e saranno sempre le discariche umane della società: chi ci vive sembra essere lì sulla base di una volontà superiore, e ovviamente metafisica; le donne continueranno ad essere stuprate almeno che lo Stato non le protegga, almeno che non sguinzagli i suoi cani in ogni via. Che poi questi cani siano uomini e di che specie – quindi pericolosi come tanti altri – non ha importanza, come non ha importanza il loro reale ruolo lì, al margine. Il degrado rimarrà per molto un concetto in voga per racchiudere tutto ciò che si vuole bollare come negativo ed antisociale: gli stranieri, le prostitute, i drogati, gli antagonisti ne saranno i produttori finché ciò farà comodo al discorso egemonico.

A questo punto dobbiamo prendere corda e sasso, legarceli al collo e scegliere un bel ponte da cui buttarci? No. Tutto questo rimarrà così finché si continuerà a chiedere a chi rappresenta il sistema – il quale vuole che tutto rimanga uguale – di risolvere i problemi. Niente muterà finché gli e le abitanti dei quartieri “periferici” non capiranno che non si vive passivamente lo spazio che si attraversa, ma che lo si plasma e lo si deve plasmare in base alle proprie necessità, che il colore della pelle, la religione o la lingua non sono caratteri di un nemico, che le donne possono difendersi da sole, senza l’aiuto di uomini e polizia, che non sono vittime sacrificali, pure vestali di delicato cristallo, ma persone complete e del tutto in grado di affrontare il mondo.

Se le cose stanno così non c’è bisogno di cercare il nemico sulla Luna o su Marte, perché il nemico è proprio lì, qualche km più in là oltre il muro del centro, dietro le porte delle banche, delle borse e delle sedi d’azienda.

Non si vive in periferia perché vi si è caduti da una nuvola: si vive in periferia perché in questa società polarizzata esistono i ricchi ed esistono i poveri, esistono i centri ed esistono le periferie, il margine e l’interno.

MALA SANGRE

1 Non il rispetto da galantuomini, ché quello è figlio dello stesso padre dello stupro, ma quello che viene dal riconoscimento dell’altro o dell’altra come un proprio pari, come un altro essere umano