POPULISMO 2.0

0 Posted by - 22 novembre 2017 - RECENSIONI

In un caldo pomeriggio domenicale di maggio finiva la stagione regolamentare di Lega Pro. Raidue decideva, in aperta polemica col buonsenso, di ignorare il fatto e lasciare spazio alle notizie di costume parlando dell’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo. Le immagini in diretta mostravano strette di mano, sorrisi e tricolori ondeggianti di felicità. Nello studio una giornalista con forte accento francese parlava della vittoria dell’enfant prodige contro i “populismi di destra e di sinistra”. Di destra e di sinistra. “E congiunzione”, specificherebbe un bravo studente delle elementari. Alle immagini di vittoria di Macron si alternavano le immagini dei volti tristi e tirati degli esponenti del Front National, Marine Le Pen su tutti. Il Fronte era ad un passo dal colpo storico, un risultato che avrebbe premiato la decennale fatica della Le Pen, che aveva spogliato l’antico partito del padre dai folkloristici accenti antisemiti, profondamente razzisti, cattolici e nostalgici, per rivestirlo di temi nuovi, di un nuovo nazionalismo, sociale e antieuropeista. Ma l’esperimento della Le Pen, coraggioso e di destra, viene bollato come dalla giornalista come “populista” ed accomunato a quello “di sinistra”, come se quest’aggettivo fosse sufficiente ad abbattere le differenze ideologiche, fossero anche quelle fondamentali come quelle tra destra e sinistra.


Cos’è il populismo? Prova a spiegarlo Marco Revelli in “Populismo 2.0”, libro uscito quest’anno per Einaudi. Revelli rivisita ed analizza in brevi ma esaustivi capitoli le grandi sorprese della politica internazionale di questi ultimi due anni, cominciando da quello più recente per risalire, poi, indietro nel tempo, tentando così di dare una fisionomia dei movimenti politici che vengono normalmente definiti “populisti” nei paesi occidentali. I primi casi analizzati sono la vittoria di Donald Trump e del fonte del “Leave” nel referendum sulla Brexit. In entrambi i casi si assiste a fenomeni che hanno in comune il fatto di essere stati assolutamente imprevisti. L’analisi del voto che ha portato “The Donald” alla stanza ovale si focalizza su come questo fosse diffuso praticamente ovunque, ma trovasse una particolare intensità nelle zone della così detta Rust Belt, la zona dei grandi laghi e del Midwest, un tempo sede di fabbriche ed industrie (e quindi di working class tradizionalmente orientata al voto democratico) abbandonata e condannata alla decadenza dagli ultimi dieci anni di crisi economica. È stato un voto popolare e di protesta, quindi, a portare Trump alla Casa Bianca, mentre la descrizione mainstream del Maschio WASP fascistoide impaurito dalla (ipotetica) svolta progressista della Clinton lascia parecchie lacune. È stato piuttosto il voto delle fasce sofferenti, o che si sentono impoverite dagli anni di crisi. Lo stesso tipo di voto che ha portato al sorprendente esito della Brexit. A proposito del quale Revelli racconta un aneddoto tanto divertente quanto indicativo: a ridosso del voto i bookmakers indicavano come poche ma grosse cifre fossero state puntate sul “Remain”, mentre la grande maggioranza delle piccole giocate fosse stata fatta sul “Leave”. Insomma: i pochi che avevano grandi somme da spendere, i più ricchi, avevano puntato forte sulla scelta europeista, la massa dei meno abbienti aveva puntato il poco che poteva sull’exit. Forse sarebbe bastato guardare quei dati per mettere in dubbio che l’esito del referendum fosse scontato.

Quelli che Revelli indica come i tratti caratteristici del nuovo populismo sono, appunto, il dilagante successo tra le fasce più povere e impoverite di Paesi in cui le fila della vecchia classe media si sono assottigliate sempre di più, la lotta contro delle élite sentite distanti, soverchianti, estranee e nemiche di quel popolo che pure dicono di rappresentare. È infatti questo sentimento di unità e di comunanza interna delle singole nazioni, popoli che si autodescrivono come puri e incorrotti, lavoratori e vessati, in cui la xenofobia ha un peso spesso forte pur non costituendone un valore fondamentale (“Io non sono razzista, ma…”) che costituisce il dato essenziale del nuovo populismo. Caratterizzato anche dal fatto di sentirsi rappresentati in questa lotta da persone ricche e di successo, teoricamente appartenenti a quella stessa élite contro cui ci si sta ribellando: gli esempi di Trump negli Stati Uniti, di Johnson e Farage nel Regno Unito sono perfetti in questo senso. Ma non bastano a descrivere in pieno il fenomeno, come dimostrano i successi del Front National in Francia e di Alternative fur Deutschland in Germania.

L’impressione è, comunque, di trovarsi di fronte ad un fenomeno talmente complesso e sfaccettato da essere quasi impossibile da definire compiutamente. Un po’ come se, descritti gli occhi, il naso e la bocca di qualcuno si trovasse difficile descriverne il volto nel suo complesso. Cos’è il populismo? Esiste un populismo di destra e di sinistra? E se esistono i populismi va da sé che esistano anche gli establishment contro cui questi si schierano. Sembra quasi che, nell’epoca della post-ideologia, abbandonati gli schematismi desueti della lotta di classe, la dicotomia sia proprio tra lo schieramento populista, trasversale, ed un altro difficile da nominare ma che negli USA può essere identificato con tutto quell’apparato politico spazzato via da Trump, dai suoi milioni e dai suoi modi da redneck, mentre in Europa si può identificare nel campo europeista. Il paragrafo dedicato all’esperimento renziano illumina qualcosa che viene definito “populismo dall’alto”. Il giovane attivo e intraprendente fiorentino, in maniche di camicia rimboccate prometteva riforme e rosei sviluppi europei in un’Italia libera da una classe politica che lui stesso si apprestava a rottamare. Smaltita la sbornia degli entusiasmi iniziali sappiamo che quella prima avventura è finita con il fallimento dei referendum di dicembre del 2016.

Perché se la destra scopre la <<classe operaia>>vuol dire che qualcosa si è rotto. In profondità. Nella classe operaia, primo luogo. Nella destra, anche. E soprattutto nella sinistra. Vuol dire che la sinistra ha lasciato il campo.”

Effettivamente, lasciando da parte tentativi di analisi post ideologici che ben poco hanno a che fare con la realtà si può dire che, in questo breve passaggio Revelli centri il cuore del problema, in ogni caso uno dei sui aspetti più importanti, cioè l’abbandono dell’arena politica da parte della sinistra istituzionale e partitica. Evitando di soffermarci su Syriza e Podemos (movimenti tacciati anch’essi di populismo) ci si può ritrovare stranamente sorpresi dai toni delle dichiarazioni di Farage in solidarietà della Grecia piegata dall’austerity europea, o dalle sfaccettature del voto operaio con cui viene premiato il Front National. Probabilmente la chiave di lettura è tutta lì: esiste da decenni una destra sociale, con i suoi temi e le sue battaglie, che ha avuto vaste praterie da percorrere nel momento in cui la sinistra (quella dei partiti, s’intende) ha smesso di fare discorsi sociali. Pur con la chiave in mano, la porta sembra difficile da scassinare.
Nel frattempo la lettura del libro di Revelli può essere un modo utile per ingannare l’attesa.

Jacques Bonhomme