DONNE E RIVOLUZIONE: IL CASO SOVIETICO

0 Posted by - 4 dicembre 2017 - STORIE

Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza”.

Lenin

Il sistema patriarcale nel Novecento ha ricevuto duri scossoni. La modernizzazione in generale da una parte, e l’assalto del movimento eterogeneo delle donne dall’altro hanno destrutturato il dominio del pater familias nella società contemporanea.

Per la storiografia, l’avvento della donna come oggetto e soggetto della storia è già di per sé un sintomo della sua emancipazione. Da un punto di vista disciplinare, dunque, l’attenzione al mondo della donna è oggi ampio nei più disparati campi scientifico-accademici.

Russia, 1917. Quest’anno – 2017 – ricorre il centenario della “rivoluzione contro il Capitale” (Gramsci).

L’Unione Sovietica è stato un laboratorio, talvolta contraddittorio, di sperimentazione sociale e il caso della donna sovietica ci può aiutare, in qualche modo – da una angolatura particolare – a capire in che modo è cambiata la società russa dopo i tumulti dell’Ottobre rosso.

Specifichiamo che, dal momento che l’Unione Sovietica si è estesa dall’Europa fino alle propaggini orientali dell’Asia, arrivando a comprendere più di cento popoli diversi quanto a culture e religioni, in questo articolo ci limiteremo al solo caso della Russia sovietica. Mosca, in particolare, capitale dell’URSS, impose il suo modello. Insomma, l’ideale proposto era uno solo e la periferia finì poi per conformarsi ai dettami del centro.

Diciamo, in generale, che la Rivoluzione sovietica vedrà l’attuazione sistematica di un piano, voluto in primis da Lenin, di parificazione dei diritti degli uomini e delle donne e di integrazione sociale di queste ultime attraverso il lavoro e l’istruzione di massa.

Prima di parlare della donna sovietica, facciamo un passo indietro, partendo dalla Prima Guerra Mondiale. Cominciamo da un dato inconfutabile: il primo conflitto mondiale accelera l’evoluzione del ruolo della donna nella società che, in assenza degli uomini, dà prova della capacità in qualsiasi ambito della vita civile, sociale e materiale; purtroppo non ancora nel campo politico. Per esempio, si possono trovare foto in cui le donne guidano i tram in città perché gli uomini sono al fronte. Le donne entrano anche nell’amministrazione statale, sebbene i salari delle donne saranno sempre minori rispetto a quelli degli uomini. Tra il 1914 e il 1918 il lavoro femminile in Russia era aumentato dal 70 al 400 per cento, naturalmente a seconda dei settori (il più inflazionato era quello del tessile). Ciò dipendeva, come nel resto d’Europa, dal fatto che – lo ribadiamo – molti uomini erano stati chiamati al fronte.

[foto donne che guidano tram]

La posizione sociale della donna era dunque cambiata radicalmente in pochi anni.

Menscevichi e bolscevichi, le due storiche fazioni del partito socialdemocratico russo, avevano ormai iniziato – finalmente! – a prendere sul serio le donne come compagne di lotta.

Proprio l’8 marzo del ‘14 le donne, in forme autorganizzate e senza essere state guidate da alcuna organizzazione politica, scioperano e scendono in strada al grido di “pane e pace”. Nei giorni successivi gli scioperi si estesero ma ad esempio la “Pravda”, il quotidiano dei bolscevichi saluterà così la mobilitazione:

Il primo giorno della rivoluzione è la giornata della donna, il giorno dell’Internazionale delle lavoratrici. Onore alla donna! Nella giornata loro dedicata le donne sono state le prime a scendere nelle strade di Pietroburgo. A Mosca le donne sono entrate nelle caserme e hanno convinto i soldati a schierarsi a fianco della rivoluzione e i soldati le hanno seguite. Onore alla donna!”

[foto manifesto Urss – 8 marzo]

La prima metà del Novecento è dunque caratterizzata da un nuovo protagonismo della donna e da una graduale conquista concreta sul piano delle rivendicazioni politico-sindacali e dei diritti borghesi.

Alla voce “donna” dell’Enciclopedia del Novecento edita negli anni Settanta dalla Treccani, si riconosce che in Unione Sovietica sono cambiate un po’ di cose per quanto riguarda il ruolo sociale della donna. Dopo aver scritto, analizzando certi sondaggi, che gli interessi delle donne “non le spingono verso i campi tecnici”, si riconosce come l’URSS, invece, sia un “esempio rivelatore”, perché con una formazione appropriata è arrivata a formare mezzo milione di ingegneri donne.

In URSS si cercò, e su questo Lenin fu molto deciso, di diversificare al massimo gli studi femminili, in modo da non avere una concentrazione altissima di donne negli studi umanistici e poche presenze negli studi di scienze teoriche e applicate.

Sempre dalla Treccani, leggiamo che “nell’istruzione professionale e tecnica le ragazze sono ovunque nettamente svantaggiate, con l’eccezione dell’URSS e dei paesi dell’Est”.

L’Unione Sovietica raggiunse un primato nell’avere nel proprio tessuto sociale ingegneri donne, ma anche architetti donna, oppure donne con ruoli di alta responsabilità nel settore pubblico.

Tra le principali donne rivoluzionarie ricordiamo:

Aleksandra Kollontaj (1872-1952);

Nadežda Krupskaja (1869-1939), moglie di Lenin, nel 1900 pubblicò in Russia la prima opera in assoluto sulla questione delle donne lavoratrici e da allora non smise mai di occuparsi di questo tema.

Ines Armand (1874-1920), presidente della Conferenza internazionale delle donne comuniste.

Senza dimenticare Clara Zetkin (1857-1933, tedesca), che fu una delle principali organizzatrici del movimento delle donne socialiste tra Otto e Novecento. Conobbe Lenin e, dopo essere stata perseguitata dai nazisti, morì esule in Unione Sovietica.

[foto Kollontaj]

Aleksandra Kollontaj fu al centro del dibattito sulla donna e sulla famiglia nel primo decennio del potere sovietico. Proveniente da un’agiata famiglia borghese, decide di abbracciare il marxismo e di militare nelle fila del movimento operaio internazionale. Sarà lei il primo ministro donna della storia moderna, nonché prima ambasciatrice donna e membro del Comitato Centrale del partito bolscevico. Fu altresì lei a voler festeggiare l’8 marzo come giornata internazionale della donna.

Kollontaj ha una biografia politica molto interessante poiché dirigente bolscevica della prima ora; sarà lei ad intuire da subito – addirittura prima di Trotzkij – la china burocratica del modello sovietico e per rinnovare la politica bolscevica fonderà una sorta di frazione interna al partito bolscevico, denominata “Opposizione operaia”, in cui richiedeva un maggiore ruolo del soggetto operaio nella direzione dello Stato. Passato indenne il periodo stalinista grazie ad un compromesso con le politiche staliniane, la rivoluzionaria bolscevica morirà, ormai anziana. un anno prima di Stalin (1952).

Kollontaj scrisse nel 1918 il fondamentale La nuova morale e la classe operaia in cui si confronta con quello che era un tabù all’interno della stessa classe operaia: la morale sessuale. Con quest’opera, la dirigente bolscevica mise in discussione il dogma comunista secondo cui la liberazione della donna sarebbe giunta esclusivamente e automaticamente con i mutamenti economici. Nelle sue riflessioni si ricollegò a una tematica che in genere veniva attribuita al movimento femminista borghese, ovvero la questione dell’identità e della morale sessuale. Come possiamo vedere, seppur schematicamente, sono tutti temi che esploderanno con il femminismo degli anni Sessanta e Settanta. Difatti, Aleksandra Kollontaj sarà una delle autrici più lette dalle militanti femministe degli anni Settanta.

CODICE CIVILE (URSS, 1917)

Nel dicembre 1917 i bolscevichi e le bolsceviche vararono un decreto sull’uguaglianza della donna e il nuovo diritto di famiglia: fu abolito il matrimonio religioso, restava solo quello civile e veniva istituzionalizzato il divorzio, anche su richiesta di una sola delle parti. I figli, legittimi o meno, avevano ora tutti gli stessi diritti. La potestà maritale viene soppressa, il che significa che il marito non può più imporre alla moglie né il nome, né il domicilio, né la nazionalità.

Infine, e questo sarà uno dei punti su cui più insisterà la Kollontaj, viene garantito il congedo per maternità (pagato) e la protezione sul lavoro della donna.

Ancora, sull’interruzione di gravidanza: l’aborto viene completamente legalizzato senza restrizioni nel novembre 1920.

[manifesto sovietico]

Come si evince da questi dati sintetici, tale codice civile di famiglia fu davvero all’avanguardia mentre la donna occidentale era ancora oppressa. Per raggiungere alcuni di questi diritti, ad esempio, il nostro Paese dovrà aspettare fino alla metà degli anni Settanta.

Il codice è varato dai bolscevichi anche (e soprattutto) per aggredire certe strutture conservatrici e reazionarie che dominavano la cultura patriarcale russa, come ad esempio la Chiesa Ortodossa, ma anche la cultura contadina e quella islamica.

In realtà, la dirigenza sovietica forza molto la mano e ignora una maggioranza del Paese che rimane alla radice sessista e patriarcale. Bisogna forse partire da qui per procedere ad un’analisi aggiornata della società russa contemporanea, che vede drammatici rigurgiti sessisti e reazionari, nonché un nuovo, preoccupante attivismo della Chiesa Ortodossa.

Un altro capitolo del nuovo protagonismo della donna nella società sovietica è segnato dalla guerra civile tra Armata Rossa e Armate bianche controrivoluzionarie che vide le donne impegnate su più campi e a tutti i livelli sociali (medico, militare, politico-civile); di conseguenza, ciò innescò una mobilità sociale ed economica notevole.

Altro dato: con l’appoggio del Comitato Centrale del Partito, si organizzò nel novembre 1918 il I Congresso panrusso delle lavoratrici e delle contadine, cui avrebbero dovuto partecipare 300 delegate. In realtà si presentarono 1147 donne, elette in assemblee locali in rappresentanza di più di un milione di lavoratrici. Questo congresso stabilì che le donne dovevano avere una sezione organizzata, un apparato speciale all’interno del partito bolscevico.

È da tutti questi elementi che nasce e si sviluppa, grazie alla pubblicistica femminile, il mito della “donna nuova”, specchio del nuovo “uomo socialista”.

Anche nella letteratura sovietica si affermò la donna e l’antologia di una studiosa americana (Louise Luke, La donna marxista: varianti sovietiche) ce lo conferma, visto che riporta più di trenta opere di diverse autrici centrate sul tema della “donna nuova”.

Insomma, la donna come motore della Rivoluzione d’Ottobre perché “se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, ha ugualmente il diritto di salire alla tribuna” (Olympe De Gouges).

[manifesto Rodchenko]

Ciceruacchio