L’ECONOMIA NELLA CONOSCENZA: UN’ANALISI POLITICA DELLO SPAZIO EUROPEO DELL’ISTRUZIONE SUPERIORE

3 Posted by - 18 dicembre 2017 - CONTRIBUTI, FORMAZIONE

 

“Nelle fabbriche il capitale – come macchine ci usò.

Nelle sue scuole la morale – di chi comanda ci insegnò.”

(Internazionale di Franco Fortini)

Il saggio si struttura su tre diversi piani:

  • Inizialmente descriverò il processo di costruzione dello “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore”, partendo dalla Dichiarazione di Bologna del 1999 e toccando i punti focali dei successivi incontri internazionali;

  • Nel paragrafo seguente cercherò di evidenziare il portato politico di tali provvedimenti e come si possa analizzare alla luce delle ristrutturazioni del capitalismo neoliberale;

  • Nella seconda parte mostrerò come i punti analizzati precedentemente ci inducano a ripensare l’analisi dell’istituto scolastico compiuta dal sociologo francese Pierre Bourdieu alla luce dei cambiamenti accorsi e rifletterò sulla possibilità che l’Università possa tornare ad essere un soggetto centrale nel dibattito politico nazionale e internazionale.

Lo “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” e il Processo di Bologna

Con la denominazione “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” si intende un accordo intergovernativo di collaborazione tra vari Ministeri dell’Istruzione volto a rendere maggiormente comparabili e compatibili i sistemi d’istruzione superiore dei paesi afferenti. L’iniziativa parte dal cosiddetto “Processo di Bologna” del giugno 1999, un convegno tenutosi all’Università di Bologna in cui si sono incontrati i rappresentanti di 29 Paesi europei per fissare le basi programmatiche del provvedimento di riforma universitaria.

Nella Dichiarazione finale del Processo di Bologna vengono identificati otto punti principali su cui si struttura il piano di modifica del sistema universitario europeo:

  • creazione di uno “spazio di alta educazione”;

  • come obiettivo primario far sì che le università europee possano essere più competitive sul mercato internazionale;

  • l’adozione di un sistema di certificazioni – titoli – che possa essere esteso a tutti i Paesi e così incoraggiare la mobilità e le possibilità occupazionali dei lavoratori europei all’interno delle nazioni firmatarie;

  • l’adozione di un sistema formativo che preveda due diversi cicli: uno di primo livello della durata di almeno tre anni – Bachelor – e uno di specializzazione o secondo livello della durata generica di due anni – Master;

  • la strutturazione di un sistema di crediti universitari – sistema ECTS – che stabilisca una relazione quantitativa tra l’ammontare di ore di studio e la riuscita di un esame;

  • la promozione della mobilità di studenti, insegnanti e ricercatori;

  • l’implementazione di una serie di criteri e metodologie che possano certificare la qualità dell’insegnamento al di là delle differenze nazionali;

  • la promozione della “dimensione europea dell’istruzione superiore”, un concetto non meglio specificato.

La Dichiarazione di Bologna, come si può notare da questi punti centrali del programma, ha quindi come obiettivo primario quello di accrescere la competitività internazionale degli istituti europei di alta formazione. Perché questo sia possibile vengono previste una serie di riforme strutturali dei sistemi universitari nei vari Paesi, così da uniformare il sistema sia dal punto di vista dei titoli e delle certificazioni, ma anche rispetto al sistema di controllo a cui verranno sottoposte le singole Facoltà. L’organizzazione così prevista si avvicina molto, e in alcuni casi ne è la diretta estensione, a quella inglese, di cui riprende la divisione in due cicli del percorso di studio e, soprattutto, l’attenzione per il mercato del lavoro e le sue esigenze. Nella Dichiarazione di Parigi del 1998 che ha fissato i punti centrali poi discussi nell’incontro di Bologna l’anno successivo, i rappresentanti ministeriali presenti (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna) avevano rilevato la scarsa attrattiva che il sistema d’istruzione europeo aveva nei confronti degli studenti extracomunitari. A differenza dei Paesi anglofoni come Stati Uniti, Canada, Australia e, in parte, anche la Gran Bretagna, l’Europa si trovava svantaggiata in questo contesto, in parte a causa della questione linguistica ma soprattutto per la particolare offerta disciplinare delle sue Università. Furono probabilmente queste considerazioni che fecero sì che il modello di riforma universitaria su cui si orientarono i ministri presenti si avvicinasse così tanto al sistema britannico, preso come modello virtuoso di buona organizzazione.

Aumentare l’attrattiva del sistema universitario europeo in ottica economica fu uno dei punti chiave dell’incontro che si tenne nel marzo 2000 a Lisbona, dove i ministri europei arrivarono alla conclusione che il sistema europeo di istruzione superiore dovesse diventare maggiormente competitivo e dinamico per affrontare le dinamiche concorrenziali a livello globale. È chiaro come le dichiarazioni di Parigi, Lisbona e Bologna siano parte di un discorso più globale che si è sedimentato in quegli anni e che ancora oggi costituisce il nucleo fondante della politica europea sull’istruzione. Se dal Processo di Bologna non risulta così evidente, le Dichiarazioni di Parigi e Lisbona avanzano chiaramente l’idea che anche l’educazione debba essere considerata da un punto di vista economico, un bene commerciabile che deve essere standardizzato per valicare i confini nazionali e reso appetibile per attrarre gli investimenti stranieri – umani e non. Volendo fare un parallelismo, l’introduzione del sistema dei crediti universitari – Sistema ECTS (European Credit Transfer and Accumulation) – può essere considerato alla pari della diffusione della moneta unica: è stato implementata una struttura regolativa che, basandosi su un criterio matematico-quantitativo, può travalicare le differenze nazionali, superando in questo modo sia le difficoltà linguistiche che quelle inerenti ai diversi piani disciplinari. A differenza dell’Euro, il sistema di crediti – così come molti degli otto punti fissati a Bologna – non è stato introdotto contemporaneamente in tutti i Paesi aderenti, ma l’obiettivo del provvedimento risulta comunque chiaro: creare un mercato europeo dell’istruzione superiore per diventare maggiormente competitivi a livello globale e attrarre di conseguenza studenti stranieri – soprattutto dall’Asia – e finanziamenti per la ricerca.

Se questo può essere considerato come l’obiettivo principale di questo percorso, i numerosi incontri che sono susseguiti al Processo di Bologna, di cui l’ultimo si è tenuto a maggio 2015 in Armenia, sono invece serviti a definire la “posta in gioco” e, soprattutto “le regole del gioco”. Identificare un complesso di obiettivi e incoraggiare i governi nazionali a prendere provvedimenti per raggiungerli è stato uno dei traguardi più importanti degli incontri susseguitisi a Bologna, un potente meccanismo di coercizione in mano ai rappresentati dell’Unione Europea. È proprio su tali meccanismi di naturalizzazione del potere che bisogna concentrarci per disvelare quelle logiche occulte che vengono demistificate dietro a provvedimenti assunti come regola e perciò non contestabili.

La riforma universitaria in ottica neoliberale

Il contesto politico nel quale è stata formulata la Dichiarazione di Bologna e i successivi provvedimenti in ambito educativo europeo sono parte di un processo globale di ristrutturazione statale che vede il passaggio dallo Stato sociale ad un modello di organizzazione neoliberale. Il programma neoliberale ha come assioma centrale l’introduzione delle logiche del “libero” mercato all’interno di ogni ambito della vita pubblica, includendo quindi anche i provvedimenti di assistenza sociale e i cosiddetti pubblici servizi. Al di là di una disamina sul principio regolatore dell’economia neoliberale che non approfondiremo in questo saggio, quello che ci interessa rilevare è come due aspetti di tale visione si siano insinuati profondamente all’interno del campo educativo, determinandone quindi i cambiamenti che si sono prodotti negli ultimi anni. Vorremmo partire da due concetti messi in evidenza proprio dalla Dichiarazione di Bologna e evidenziati successivamente anche negli incontri successivi, ovvero l’idea di efficienza e di rendicontazione – efficiency & accountability.

L’idea di efficienza, tratta direttamente dal gergo economico come quella di rendicontazione, implica l’accettazione della logica costi-benefici come principio regolativo del bene pubblico: a fronte degli investimenti che vengono fatti nel settore educativo bisogna porre attenzione all’allocazione di tali risorse per evitare di perdere il denaro in settori considerati come non produttivi. Ancorato a tale concetto vi è quello di rendicontazione: per poter considerare quali settori hanno una bilancia dei pagamenti positiva bisogna poter controllare e calcolare quanto beneficio, in termini economici naturalmente, viene restituito alla collettività, privata o pubblica non importa in quanto si tende comunque a non distinguere tra le due connotazioni. Questi due concetti costituiscono l’asse portante della riforma universitaria europea, i punti focali che accostati a termini come “conoscenza”, “educazione” e “insegnamento” hanno creato quell’apparato ideologico che è punto di forza di tale riforma.

Quello che si è venuto a formare sotto l’egida neoliberale è un sistema egemonico che si basa su un assioma di razionalità strumentale, un sistema di razionalizzazione e omologazione che ha condotto alcuni autori in tempi recenti a parlare di “McDonaldizzazione della società”. Se prima tale sistema veniva applicato principalmente nel settore imprenditoriale privato, ora si è esteso anche a quello pubblico, senza per questo modificare i suoi principi chiave tra i quali: un ampio potere dei manager a cui seguono riorganizzazioni interne delle strutture decisionali in senso verticistico; una maggiore enfasi sul settore del marketing a fini produttivi; un’ottica aziendalistica che mira a razionalizzare gli assetti a fini di una maggiore produttività futura. Il fenomeno della valutazione universitaria1 rientra pienamente in questo sistema di riorganizzazione: la costruzione di classifiche basate su punti mai realmente discussi all’interno delle stesse istituzioni a cui vengono applicate coinvolge l’Università in quanto struttura statale, ma si ripercuote fino a influenzare il lavoro di ricercatori, personale docente e studenti stessi. Come si poterebbero considerare in altro modo i vari sistemi di classificazione che si basano sul numero di citazioni, sulle pubblicazioni in riviste più o meno riconosciute o sull’appartenenza o meno a dipartimenti o Facoltà di prestigio?

L’avvento di tali logiche all’interno dell’Università deve indurre comunque a riflettere sui meccanismi interni che la regolavano prima di questa “managerizzazione” forzata, soprattutto a fronte della risibile resistenza che tale processo di ristrutturazione ha incontrato. La logica dell’autocontrollo e autovalutazione che il sistema accademico aveva formalmente o informalmente costruito, tra cui il “giudizio fra pari”, non ha permesso di contrastare una dinamica che in breve tempo si è diffusa in tutti i settori interessati2. L’autonomia universitaria è stata difesa strenuamente dai rappresentanti del mondo universitario con la convinzione che potesse dotare gli istituti di alta educazione di quelle possibilità decisionali e di ricerca necessarie a crescere qualitativamente e quantitativamente. Questo discorso si è rivelato vincente da un certo punto di vista, ma non ha permesso, anche a fronte di quelle dinamiche interne che rivelavamo prima, di poter imporre una dialettica costruttiva nel momento in cui veniva attaccata l’accademia. Il sistema universitario – non esente già prima da critiche riguardo a questa chiusura elitista – ha visto minare alle basi il meccanismo di controllo che si era dato, spostato – ma non risolto – dalla figura professionale a quella manageriale. L’aspetto importante da rilevare è che questo “movimento” interno al campo non è giustificato da nessuna base – fattuale o logica che sia – che dimostri il valore positivo di tale provvedimento. Ci troviamo davanti non più a una ristrutturazione interna al campo accademico, ma a una forte ingerenza del campo economico dominante che impone la sua logica regolativa anche ai sottocampi dominati. Quello che era considerato un diritto riconosciuto legalmente ai cittadini – il diritto allo studio fino ai suoi massimi gradi – si è trasformato in un bene commercializzabile senza che a questo cambiamento si sia accompagnato un dibattito politico a livello nazionale o europeo.

  • 1In Italia la valutazione degli istituti universitari viene svolta dall’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), istituita per decreto legge nel 2006. L’agenzia ha fatto richiesta di entrare nel ENQA (European Association of Quality Assurance), suo omologo europeo creato dopo il Processo di Bologna, ma dopo due anni di verifiche la domanda è stata rifiutata.

  • 2Il sistema del “giudizio fra pari” seppur diffuso informalmente in molte Università, non viene riconosciuto formalmente. Una delle poche a farlo è l’Università degli Studi della Tuscia all’Art.16 comma 5 del proprio Statuto interno che regola le modalità d’azione in caso di provvedimenti disciplinari contro personale docente.

Calvin