PAESE BASCO: DAL PROCESSO DI PACE AL DISARMO

0 Posted by - 15 gennaio 2018 - INTERNAZIONALISMO

 

“Mostratevi per un istante

sconosciuti dai volti celati, e accogliete

il nostro grazie”.

Bertolt Brecht, Lode del lavoro illegale

Quella che segue è la terza parte di un lavoro di introduzione alla lotta del Movimento Basco di Liberazione Nazionale; precedentemente abbiamo già raccontato la nascita del nazionalismo basco e come si è caratterizzato il Movimento a partire dalla nascita di ETA.

Questo lavoro è un utile strumento per avere qualche base di riferimento per comprendere Euskal Herria. Nei prossimi mesi cercheremo di analizzare in profondità alcune questioni fondamentali e conosceremo più da vicino le varie organizzazioni che compongono la Sinistra Indipendentista.

Nel 2009 sono circa 700 i prigionieri politici baschi rinchiusi nelle carceri spagnole e francesi: subiscono la politica della dispersión, ovvero una pratica repressiva sistematica con cui le autorità statali dispongono la carcerazione a centinaia di chilometri dai Paesi Baschi. Sono numerose le vittime per incidente stradale tra parenti e amici dei prigionieri negli interminabili viaggi che devono sostenere per andare a visitare i propri cari. Varie decine – il numero preciso non è mai stato calcolato – sono gli esiliati in varie zone del mondo: vittime di un’altra pratica in voga principalmente negli anni ’80 quando lo Stato francese smise di riconoscere ai militanti di ETA lo status di rifugiati politici e iniziò a consegnarli alla polizia spagnola che li deportava soprattutto in Africa e Centro-Sud America. Tra le organizzazioni di massa solo il sindacato LAB1 non è stato illegalizzato: il partito Batasuna e l’organizzazione giovanile Segi, invece, sono illegali da anni.

La repressione colpisce duro, spaventa, riduce la militanza ai minimi storici: d’altronde, se per degli scontri con la polizia si rischia una condanna per terrorismo a dieci anni di carcere, si può comprendere benissimo il riflusso che vive la Sinistra Indipendentista.

A partire dalla “transizione democratica”, ETA aveva modificato la propria tattica politica e militare, abbandonando l’ipotesi della guerra rivoluzionaria e dell’insurrezione in favore di un nuovo modus operandi che comprendeva due diverse ma parallele modalità: da un lato si utilizzava la lotta armata come strumento per costringere lo Stato spagnolo a negoziare; dall’altro, si puntava sulla costruzione del Fronte Nazionale con le altre organizzazioni indipendentiste. Nel 2009 ETA ha fallito sia in tutti i tentativi di negoziato con lo Stato spagnolo sia in quelli per la costruzione di un fronte indipendentista: in altre parole, se può ancora colpire duramente, viene repressa e arginata in maniera ancor più dura.

Si fa strada, quindi, la necessità di un dibattito interno alle forze indipendentiste: questo dibattito va avanti per molti mesi e, alla fine, vince l’opzione dell’apertura di una nuova fase politica, caratterizzata da una strategia in cui la lotta armata dev’essere abbandonata. Bisogna aprire un Processo di Pace. ETA decide di farlo in maniera unilaterale, ovvero senza chiedere o porre condizioni agli Stati: dapprima, nel settembre 2010, dichiara che non avrebbe più condotto azioni, poi il 10 gennaio 2011 annuncia un cessate il fuoco “permanente, generale e verificabile”. Cerca di muoversi, però, con il supporto di una Commissione Internazionale di Verifica cui spetterebbe il ruolo di mediazione con gli Stati. Tuttavia, ad ogni dichiarazione di ETA o di qualsiasi politico della Sinistra Indipendentista o di personalità di spicco nella risoluzione dei conflitti, lo Stato spagnolo risponde sempre allo stesso modo: ETA deve consegnare le armi, sciogliersi come organizzazione, abiurare il proprio passato, i suoi militanti consegnarsi alla “giustizia”. Una chiusura netta e reiterata.

Nel frattempo si tenta di dar vita a un nuovo soggetto politico, Sortu2, partito di riferimento della Sinistra Indipendentista: fin da subito i tribunali spagnoli lo dichiarano illegale. Ma è già pronta una contromossa: una coalizione elettorale assieme a Eusko Alkartasuna (i socialdemocratici baschi) e Alternatiba, un gruppo di fuoriusciti dalla sezione basca di Izquierda Unida (Sinistra Unita, erede del Partido Comunista de España). Alle elezioni di maggio la coalizione Bildu3 conquista il secondo posto, dietro il PNV. La Sinistra Indipendentista comincia così a farsi di nuovo spazio nella politica basca.

Nei mesi successivi si cerca di avanzare sulle direttrici già indicate: nasce la Commissione Internazionale di Verifica che chiede a ETA passi concreti, che giungono il 20 ottobre 2011 con la dichiarazione di cessate il fuoco definitivo.

Come effetti del Processo di Pace unilaterale, nonostante altri arresti ai danni sia di ETA che di altre organizzazioni, comincia a diminuire il numero dei prigionieri politici e nella politica spagnola si levano alcune voci in favore dello spostamento dei prigionieri in carceri basche e della legalizzazione della Sinistra Indipendentista.

In un comunicato del novembre 2012 ETA propone agli Stati spagnolo e francese un negoziato sui prigionieri, il disarmo, lo scioglimento dell’organizzazione e la smilitarizzazione di Euskal Herria tramite una riduzione delle forze armate presenti sul territorio. Qual è la risposta? La solita: l’unico comunicato che il Ministro degli Interni spagnolo dice di attendere è quello dello scioglimento di ETA.

Dato il rifiuto netto a intavolare una trattativa, così come tutti i tentativi di sabotaggio del processo di pace operati principalmente dallo Stato spagnolo (attraverso arresti di militanti di ETA o delle organizzazioni di massa e minaccia di chiusura di 110 herriko taberna4), ETA cerca di fare un ulteriore passo per smuovere la situazione e, nel febbraio 2014, rende pubblico un video nel quale si attesta la consegna di una piccola parte del proprio arsenale ai mediatori della Commissione Internazionale di Verifica. Superfluo dire che neanche questo passo viene preso in considerazione e il processo di pace non può andare avanti.

In questi anni, comunque, gli spazi di agibilità si sono minimamente allargati tanto che è stato possibile legalizzare il partito Sortu e dare vita alla nuova organizzazione giovanile Ernai5: la Sinistra Indipendentista ha così avuto nuovo respiro per ricominciare ad allargare la propria base sociale di riferimento.

Un processo di pace condotto unilateralmente è un processo politico con il quale risulta estremamente difficile ottenere degli obiettivi, ma ETA dimostra ancora una volta, alla fine del 2016, le proprie intenzioni: vuole avanzare nel processo di pace e per farlo deve disarmarsi. Entra in contatto con alcune persone che si autodefiniscono “artigiani della pace”: con questi si accorda per la consegna delle armi. A dicembre, però, la polizia dà una nuova dimostrazione di quanto gli Stati siano contrari allo sviluppo del Processo di Pace: cinque di questi artigiani della pace vengono arrestati in una casa di Luhuso, località della provincia di Lapurdi (Iparralde, Nord), mentre sono intenti a distruggere il 15 % dell’arsenale dell’organizzazione. Va individuato un altro modo: è in questa situazione che, a metà marzo, ETA annuncia che di lì a poco avrebbe consegnato le armi.

8 aprile 2017: appena passata la mezzanotte viene reso pubblico il comunicato con cui ETA si dichiara “organizzazione disarmata”. Alla mattina gli artigiani della pace, con cui collaborano circa 150 osservatori, consegnano alla Commissione Internazionale di Verifica la lista con gli 8 luoghi in cui ETA conserva il proprio arsenale: sono i famosi zulo6. La CIV, a sua volta, consegna la lista alla polizia francese: quando questa giunge nei luoghi sono già presenti i gruppi di osservatori dispiegati per controllare che tutto avvenga in sicurezza. Se il Ministro degli Interni francese riconosce l’impegno di ETA nel disarmo, il suo omologo spagnolo afferma che l’organizzazione basca non otterrà nulla in cambio. Per tutta risposta, nel consueto comunicato in occasione dell’Aberri Eguna7, ETA chiarisce che il disarmo è stata un’azione diretta alla cittadinanza basca e non ad un governo “insaziabile”. Infatti, una volta appurata l’impossibilità del negoziato, è stato chiaro che il disarmo

non era più moneta di scambio per la negoziazione ma un mezzo per rendere visibile la chiusura degli Stati e spingere il ciclo indipendentista, in un ciclo nel quale l’attivazione e il protagonismo popolare sono indispensabili8.

Gennaio 2018

Sabato 13 è il giorno della manifestazione che si tiene ogni anno nel mese di gennaio, solitamente il primo sabato disponibile. È la manifestazione in cui il popolo della Sinistra Indipendentista scende nelle strade di Bilbao a mostrare appoggio e solidarietà ai prigionieri politici e a rivendicare la loro liberazione. C’è un qualcosa di abitudinario: la partenza e l’arrivo sempre negli stessi punti, le parole d’ordine quasi sempre le stesse, la scadenza anche. Dal 2012, però, la “manifestazione per i prigionieri” ha cominciato ad essere molto più partecipata: quasi certamente il motivo principale è la fine della lotta armata che ha permesso un nuovo allargamento della base sociale.

Sabato 13 comincia a piovere proprio nel momento (verso le 17) in cui la gente si sta avvicinando alla Casilla, luogo del concentramento. Pioverà incessantemente e abbondantemente fino a notte fonda. La via Autonomia si riempie in poco tempo, a tal punto che, contravvenendo all’abitudine basca di far partire i cortei all’ora comunicata, la testa comincia a muoversi in ritardo. Il servizio d’ordine fa in modo che si aprano due ali di folla, che si crei uno stretto corridoio: sfilano prima i furgoncini con i quali parenti e amici vanno a far visita ai prigionieri, poi è il turno dei parenti in persona, tra i quali risaltano i “motxiladun umeak” (bambini con lo zaino), i figli dei prigionieri. La folla li applaude, sostiene, li incoraggia con i soliti 3 cori cantati a ripetizione9, fa sentire loro la vicinanza e la solidarietà di tutto un popolo. All’arrivo al Comune il (solito) comizio, le (solite) canzoni, poi la gente si disperde. Tutto consueto, ma neanche troppo: perché sono circa 95 mila i manifestanti, tantissimi per una popolazione così piccola come quella basca10, anche se non i numeri esorbitanti del 2014 o del 2015.

Alle 8 di sera l’intensità della pioggia è addirittura aumentata e Piazza Unamuno comincia a riempirsi di gente: è l’altra manifestazione, quella convocata da ATA (Amnistia Ta Askatasuna), organizzazione considerata “dissidente” nei confronti della linea ufficiale della Sinistra Indipendentista dettata dal partito Sortu. La maggior parte della gente è già stata all’altra manifestazione. Tra le due alcune differenze sono più che evidenti: la prima, quella ufficiale, è indiscutibilmente più importante sia rispetto ai numeri (95mila contro circa 2mila) sia per quanto riguarda la partecipazione dei familiari dei prigionieri, elemento chiaramente fondamentale. D’altra parte, la seconda è evidentemente una manifestazione più militante, un minimo più entusiasmante della prima, che sia a causa di alcune torce o dei cori cantati in modo realmente più determinato. O forse anche per quei plotoni di poliziotti (Ertzaintza) che si mostrano a un certo punto del corteo, cosa che non avviene chiaramente nella prima manifestazione. Le rivendicazioni si differenziano in base alla linea politica: la manifestazione ufficiale si concentra maggiormente su obiettivi pratici e immediati come il rispetto dei diritti umani, quali la fine della dispersione e quindi il trasferimento dei prigionieri in carceri basche, e la scarcerazione immediata dei detenuti malati o anziani; quella di ATA, oltre a condividere questi obiettivi, ha come asse fondamentale la richiesta dell’amnistia intesa come l’elemento che può risolvere definitivamente le conseguenze del conflitto armato.

I due cortei di sabato 13 offrono un’immagine, seppur parziale, dello stato in cui versa attualmente il movimento basco: da un lato la linea ufficiale, ampiamente maggioritaria nonostante le numerose e aspre critiche dal basso; dall’altro, diverse correnti di compagni-e che provano a invertire la rotta in un quadro (basco, statale, europeo) per niente facile. La Sinistra Indipendentista, con le sue differenze e forse anche divisioni, sta provando a immaginare nuove strategie da adottare per raggiungere gli obiettivi di sempre, l’indipendenza e il socialismo. Allo stesso tempo non può e non vuole abbandonare la lotta per la liberazione dei prigionieri politici, anche se la loro esistenza deriva da una fase del conflitto nazionale ormai superata da anni. Ad oggi sono circa 300 i prigionieri politici e varie decine gli esiliati11: nell’estate scorsa il collettivo dei detenuti, l’EPPK, ha reso pubblica la nuova strategia caratterizzata dalla possibilità, concessa a ogni detenuto con l’approvazione del direttivo, di utilizzare eventuali vie legali per modificare la propria carcerazione; i limiti invalicabili sono ovviamente la delazione e il pentimento.

A conferma della durezza del conflitto durato 50 anni, pochi mesi fa il governo della Comunità Autonoma Basca ha pubblicato un rapporto nel quale vengono certificati 4.113 casi di tortura tra il 1960 e il 2014. A questi andrebbero aggiunti i casi verificatisi nella provincia della Navarra, su cui però manca uno studio. È come se in Italia fossero state torturate 82mila persone. E questo confronto è bene farlo per avere una minima idea dell’incidenza del conflitto sulla società basca e, soprattutto, per comprendere quanto effettivamente presente e importante sia la componente della Sinistra sulla popolazione.

Marc Légasse

Scritte di ringraziamento a ETA apparse dopo il disarmo.
“Viva ETA. La lotta di ieri, oggi, domani”

“ETA Con il popolo
Il popolo con te.
Grazie mille”

“Sempre con il popolo
Grazie
Viva ETA”

 

Barricada, No hay tregua

Es el juego del gato y el ratón
tus mejores años, clandestinidad
no es difícil claudicar
esto empieza a ser un laberinto
¿Donde está la salida?

Estás asustado, tu vida va en ello
pero alguien debe tirar del gatillo.

Tu infantil sueño de loco
no es respuesta demencial
este juego ha terminado
mucho antes de empezar.

Anónimo luchador
nunca tendrán las armas la razón
pero cuando se aprende a llorar por algo
también se aprende a defenderlo.

Estás asustado, tu vida va en ello
pero alguien debe tirar del gatillo.

1Langile Abertzaleen Batzordeak, Commissioni dei Lavoratori Indipendentisti.

2Significa creare, nascere.

3Significa riunire, anche in senso riflessivo, unirsi.

4Letteralmente “taverna del popolo”, luoghi di ritrovo e socialità della Sinistra Indipendentista presenti praticamente in tutti i paesi e quartieri delle città basche. L’accusa con la quale viene disposta – ma ancora non attuata – la chiusura di questi bar è il finanziamento di ETA; accusa ovviamente falsa e pretestuosa.

5Significa sveglio, attento.

6Significa buco, e indica sia quelle cavità di montagna, praticamente caverne, sia fosse nel terreno, in cui da decenni ETA depositava e conservava le armi a propria disposizione.

7Giorno della Patria, si celebra la domenica di Pasqua, ed è caratterizzato da manifestazioni partecipate da migliaia di persone.

8Comunicato di ETA del 16 aprile 2017.

9“Euskal Presoak etxera” (Prigionieri baschi a casa), “Presoak kalera, Amnistia osoa” (Prigionieri per strada, Amnistia generale), “Bakerik ez Amnistiarik gabe” (senza Amnistia non ci sarà pace).

10Se dovessimo fare la proporzione (95mila manifestanti su 3milioni di abitanti), in Italia otterremmo una partecipazione di 1.900.000 persone.

11Facendo una proporzione, è come se in Italia ci fossero 6mila detenuti politici.