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ecologia

RIFLESSIONI

DEI DOMINI E LE LORO MACERIE

In un’isoletta nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a oltre 2000 km dal più vicino continente, decine di migliaia di carcasse di albatros vengono filmate e fotografate per un semplice e terrificante motivo: sono piene di plastica. In quelle che erano le loro budella vengono ritrovati accendini, tappi di bottiglia, tubetti, perfettamente intatti e scoloriti tra scheletri e piume.

Dopo terribili agonie, quegli animali così lontani dalla vita umana sono morti per aver ingerito enormi quantità di plastica.

Si calcola che tra neanche trent’anni ci sarà più plastica che pesci negli oceani. Il 95% della plastica che usiamo viene gettato dopo averlo usato poche volte; e la plastica non solo è un derivato del petrolio, risorsa per cui si continuano a portare avanti spietate guerre imperialiste, ma spesso finisce nei mari dove viene ingerita da pesci, tartarughe e uccelli. Sì, un bel po’ di plastica ce la mangiamo anche noi quando mangiamo sushi o bastoncini Findus, ma il punto non è quello.

E il punto non è neanche l’inquinamento in sé, o il provocare dolore e morte a esseri estranei al consumismo, o l’etica vegana con la sua frequente dose di ipocrisia, ma quello che sta alla base di quanto accade almeno dall’Ottocento e che ha a che vedere con altri ambiti della vita umana: il dominio e lo sfruttamento.

Siamo abituati a pensare, noi compagne e compagni, che lo sfruttamento sia solo opera dell’uomo sull’uomo; lo sfruttamento della manodopera, lo sfruttamento dei lavoratori, lo sfruttamento della prostituzione. Posto che l’uomo ha sempre sfruttato altri uomini e altre donne quando si trovava in una posizione di potere, è dalla rivoluzione industriale in poi che questo tipo di sfruttamento ha assunto proporzioni di massa. Con una rapidità impressionante, l’industrializzazione ha travolto il mondo intero, portando a tutto quello che conosciamo e viviamo oggi. Dobbiamo sempre partire da lì, da quando l’idea di profitto a tutti i costi, principio economico ben noto alla borghesia europea da secoli, ha sfondato i confini del pensabile fino a diventare caposaldo indiscutibile delle nostre economie globali.

Ma una delle grandi trasformazioni innescate dalla rivoluzione industriale ha a che vedere con lo sfruttamento industriale della natura e degli animali. Non serve fare l’elenco delle indicibili sofferenze a cui sono costretti miliardi di animali negli allevamenti industriali, o delle devastanti conseguenze delle monoculture, o di come l’agrobusiness stia modificando i rapporti di forza nel mondo. E’ geopolitica, e noi la conosciamo. E poi abbiamo tutti Internet.

Il problema è che abbiamo inquadrato questo tipo di dominio dell’uomo all’interno del campo etico; le varie campagne mediatiche in difesa degli animali hanno puntato sulla pena, sulla pietas, sul senso di colpa. Imprese responsabili di devastazioni umane e ambientali enormi hanno cercato di ripulirsi perché l’essere green oggi ti fa vendere meglio, così metti a tacere tutti quei vegani benpensanti occidentali.

Ma allora perché tutto continua a peggiorare? Perché nonostante l’opinione pubblica mondiale sia a conoscenza di quanto dolore provoca non solo ai contadini indigeni ma anche ai pesci del mare, di quanto faccia male a consumare e buttare via, di quanto sia terribilmente colpevole per il suo stile di vita, niente cambia?

Questa è la stessa domanda per cui ci chiediamo perché continuino a morire centinaia di donne in Italia per mano di uomini possessivi e violenti, se ormai ne parliamo tutti di femminicidio. E per cui ci siamo chiesti per generazioni perché, nonostante l’evidenza dello sfruttamento inumano sulla pelle degli operai e dei minatori e delle prostitute, niente cambiasse davvero.

Sembra sempre che quello spettro non abbia mai spesso di aggirarsi inquieto nel mondo. Sembra anzi che facciamo di tutto per tenerlo in vita, ma perché non siamo capaci di arrivare mai al cuore della questione.

La devastazione ambientale della nostra epoca è, né più né meno, l’ennesima faccia della stessa medaglia. Lo sfruttamento per fare profitto.

Ma anche noi abbiamo interiorizzato l’idea per cui non sia poi così sbagliato sfruttare la natura, riempire le gabbie di esseri viventi e senzienti strappandogli il becco, lasciandoli esposti per tutta la vita a luci accecanti per farli crescere prima. Riempire di ormoni degli animali perché più sono grassi e più soldi fanno fare. E’ business. E’ capitalismo. Produrre plastica fino a farne soffocare miliardi di uccelli marini è una conseguenza del nostro sistema economico, e niente, niente può ridurre la portata di quanto stiamo contribuendo a fare fino a che non si sradicherà il principio di dominio che ha portato a questo e a tutto il resto.

E lo sanno bene tutti coloro che nella storia sono stati dall’altra parte della barricata: non sconfiggi il nemico fino a che non lo sconfiggi anche nei tuoi spazi, nei tuoi luoghi di vita e socialità. Come non sconfiggi il sessismo facendo qualche presentazione di libro, così non puoi limitarti (ammesso anche che lo facciamo!) a consumare meno plastica alle tue iniziative. Questi sono palliativi e noi li consideriamo moderati e fumo negli occhi.

E’ al cuore di questa gravissima odierna forma di sfruttamento che dobbiamo andare. Non solo perché siamo arrivati al punto di trattare degli essere viventi come merce da catena di montaggio (neanche Marx era riuscito ad immaginarlo!) ma perché questa volta il capitale sta sterminando qualcosa che non ha davvero il potere di lottare. E non per mancanza di coscienza di classe, ma per altri ovvi motivi.

Per molto tempo la battaglia ambientale è rimasta confinata ai salotti o all’associazionismo, ma ora dobbiamo davvero assumerci la responsabilità di questa nuova fase del dominio del capitale e della prevaricazione dello sfruttatore. Forse fino ad ora abbiamo sbagliato i termini del problema, ma continuare a ignorare quanto sta succedendo non ha giustificazione.

Ebe

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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: LA TERRA È FINITA!

Un breve saggio sulla storia della natura e delle sue manipolazioni da parte dell’uomo.

L’avanzare delle nostre civiltà coincide con un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse del Pianeta: è grazie a un saccheggio e una manipolazione millenaria che l’umanità ha prosperato uscendo dalle caverne della preistoria per arrivare ai grattacieli odierni. Eppure di questo sfruttamento i libri di storia non parlano, è uno dei grandi rimossi storici su cui si fonda il pensiero economico che oggi domina l’esistente: la natura è stata considerata per millenni corpo inerte, materia prima, al limite paesaggio da ammirare. È nell’attualità che la Terra si pone drammaticamente come un attore vivo e primario, della storia come della vita: le catastrofi ambientali della società industriale, i cambiamenti climatici con le loro precipitazioni e i dispositivi di controllo della vita imposti da un inquinamento sempre più diffuso ci mettono oggi davanti all’evidenza che l’uomo non è più l’essere superiore. I deliri di onnipotenza, di progresso infinito, di dominio della natura crollano come castelli di carta davanti a questa nuova condizione: la Terra è un complesso sistema vivente e per tanto finito nella sua materialità, le ferite che le ha inflitto lo sviluppo umano rischiano di porre fine anche alla sua esistenza. A conti fatti il sogno del progresso si è rivelato un incubo.

Ecco la necessità, quindi, di una storia dell’ambiente che integri e completi quella dell’umanità: Bevilacqua avanza rapidamente dagli albori delle comunità umane alle prese col fuoco, attraversando l’epoca dell’agricoltura e dell’allevamento fino alla rivoluzione industriale, per giungere al contemporaneo turbo-capitalismo. In questo percorso mette in luce come l’esistenza stessa dell’uomo coincida, in certa misura, con una pressione sull’ambiente; ma è con l’avvento del capitale come motore sociale che si crea uno spartiacque: da un lato, una volontà cieca di dominio e sfruttamento sempre maggiori e, dall’altro, una potenza tecnica via via più implacabile hanno messo in atto forme di assoggettamento della natura senza precedenti per ampiezza e gravità. Il risultato di questo percorso storico è trovarsi oggi davanti ad un presente violentato da fenomeni di inquinamento, erosione e squilibrio sconosciuti nel passato e affrontare un futuro funestato dalla possibilità della catastrofe e dall’iniquità. La figura del profugo ambientale sfuggito ad un territorio non più vivibile, o del contadino proletarizzato ammassato nelle sterminate periferie delle megalopoli, o il monitoraggio continuo della qualità dell’aria delle città sono proiezioni vive di questo futuro non troppo lontano.

È evidente che questa sia ormai una consapevolezza diffusa a livello popolare quanto istituzionale, tanto da porsi come terreno di scontro della modernità: dai movimenti ambientalisti degli anni ’80 e ’90 si è passati a movimenti conflittuali; questi, più che porsi il problema di preservare l’ambiente, si pongono quello dell’abitabilità stessa del territorio davanti alla devastazione. Gli Stati nazionali, dal fondo del loro declino, sono costretti a interventi continui e sempre più incisivi per contenere l’impatto ambientale; il capitale si trova in una fase di guerra intestina tra le sue branche più distruttive e dissipative e quelle che invece spingono per una sua ristrutturazione più sostenibile, più green.

È questo il dato fondamentale che si può trarre da questo saggio: su questo crinale si gioca una delle partite più importanti e mistificate del nostro tempo. Sul campo di battaglia si contrappongono interessi e attori irriducibilmente antagonisti tra loro e la posta in gioco non sono più soltanto le condizioni di vita ma l’esistenza stessa della vita sulla Terra: una questione che chi decide di sfidare l’Impero difficilmente potrà eludere d’ora in poi.

Zero

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