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RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: L'UTILITÀ DELLA STORIA

E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore d’enigmi e redentore della casualità!”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Il libro di Bevilacqua è tanto la proposta culturale di uno storico di professione, quanto una radicale critica al paradigma neoliberista di gestione dell’esistente.

Partendo dal dato fondamentale che il ruolo della Storia sia ormai in declino, come per ogni sapere “improduttivo” e privo di valore di consumo, si ripercorrono le tappe di una modernità che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha visto sempre la cultura (e soprattutto l’istruzione scolastica) come strumento del progresso delle nazioni verso un orizzonte di ricchezza sempre maggiore. Oggi – che si è giunti al tramonto di quel mondo, totalmente assorbito nel credo dell’economia di mercato, e anche l’orizzonte del progresso si è tradotto in un vicolo cieco fatto di produzioni e consumi sempre più accelerati e superflui – il sistema scolastico viene assoggettato, come ogni ambito della vita, alle esigenze del mercato.

Tanto la storia quanto la memoria (in quanto forma organizzata di trasmissione di saperi, identità e appartenenza) vengono sempre meno dinnanzi a una temporalità consumistica volta esclusivamente al presente. La memoria resta schiacciata sotto il frantumarsi di tutte le istituzioni sociali, dalla famiglia alla classe, dalle comunità indigene a quelle religiose: gli uomini e le donne dell’oggi vengono così consegnati all’anomia sociale e alla precarietà esistenziale, privati del loro senso collettivo e storico della vita. La Storia deve invece il suo declino anche all’inadeguatezza di un modello d’insegnamento che non tiene conto né delle sfide poste dal mondo esterno né delle esigenze culturali degli studenti. Qui sta la proposta di Bevilacqua: passare da una Storia-racconto (o una “storia da manuale”), che esige l’esclusivo apprendimento mnemonico di eventi trascorsi, a una Storia-problema, ovvero un approccio per cui la presa in esame di un singolo evento/dato storico possa essere un punto d’osservazione per mettere in luce i tratti salienti di intere epoche o di questioni riguardanti l’attualità. Questo mediante uno studio che non sia mnemonico ma fatto di ricerca, analisi e dibattito che fungano essenzialmente da stimolanti dello spirito critico e del senso di ricerca e di confronto negli studenti.

Nell’offrire gli esempi di come possa svilupparsi l’insegnamento della Storia-problema, Bevilacqua ne approfitta per mettere sotto inchiesta (e sotto pesante accusa) i nodi centrali del nostro tempo: il lavoro come motore dominante della società viene disvelato invece come processo storico di messa a frutto brutale e sistematica delle classi subalterne per il profitto delle classi elevate; il territorio e l’ambiente come elementi da scoprire e attori primari della vita sono messi sempre più in pericolo dall’irrazionalità capitalista che li ha storicamente relegati a ruolo di materia prima da saccheggiare. Il consumismo come piano delle élites nordamericane per rilanciare il consumo, poi diffuso in Europa in ottica anticomunista e geopolitica, non appare più come una parte innata nella natura dell’uomo contemporaneo.

Com’è ovvio che sia, tanto la proposta accademica quanto la critica sociale sono ispirate da una concezione della Storia che non fa sconti alla tradizione storiografica né al “grande racconto del potere” e che vede la cultura come strumento primario per analizzare e prendere posizione rispetto all’esistente, oltre che come germe fondativo di un nuovo essere umano e sociale volto prima di tutto al raggiungimento di un benessere armonico collettivo del pianeta. Una ricollocazione dell’uomo all’interno del Sistema Natura che possa essere d’argine al deserto che avanza.

La Storia non può più essere, quindi, lode del potere all’opera, ma riscoperta del rimosso storico, lente d’interpretazione della realtà, antidoto contro la perdita di senso e di valore delle nostre vite, faro che diradi la coltre di menzogne e luoghi comuni che permettono a questo mondo di apparire come l’unico plausibile, porta d’accesso agli altri – inesplorati – mondi possibili.

Zero

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PIERO BEVILACQUA: LA TERRA È FINITA!

Un breve saggio sulla storia della natura e delle sue manipolazioni da parte dell’uomo.

L’avanzare delle nostre civiltà coincide con un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse del Pianeta: è grazie a un saccheggio e una manipolazione millenaria che l’umanità ha prosperato uscendo dalle caverne della preistoria per arrivare ai grattacieli odierni. Eppure di questo sfruttamento i libri di storia non parlano, è uno dei grandi rimossi storici su cui si fonda il pensiero economico che oggi domina l’esistente: la natura è stata considerata per millenni corpo inerte, materia prima, al limite paesaggio da ammirare. È nell’attualità che la Terra si pone drammaticamente come un attore vivo e primario, della storia come della vita: le catastrofi ambientali della società industriale, i cambiamenti climatici con le loro precipitazioni e i dispositivi di controllo della vita imposti da un inquinamento sempre più diffuso ci mettono oggi davanti all’evidenza che l’uomo non è più l’essere superiore. I deliri di onnipotenza, di progresso infinito, di dominio della natura crollano come castelli di carta davanti a questa nuova condizione: la Terra è un complesso sistema vivente e per tanto finito nella sua materialità, le ferite che le ha inflitto lo sviluppo umano rischiano di porre fine anche alla sua esistenza. A conti fatti il sogno del progresso si è rivelato un incubo.

Ecco la necessità, quindi, di una storia dell’ambiente che integri e completi quella dell’umanità: Bevilacqua avanza rapidamente dagli albori delle comunità umane alle prese col fuoco, attraversando l’epoca dell’agricoltura e dell’allevamento fino alla rivoluzione industriale, per giungere al contemporaneo turbo-capitalismo. In questo percorso mette in luce come l’esistenza stessa dell’uomo coincida, in certa misura, con una pressione sull’ambiente; ma è con l’avvento del capitale come motore sociale che si crea uno spartiacque: da un lato, una volontà cieca di dominio e sfruttamento sempre maggiori e, dall’altro, una potenza tecnica via via più implacabile hanno messo in atto forme di assoggettamento della natura senza precedenti per ampiezza e gravità. Il risultato di questo percorso storico è trovarsi oggi davanti ad un presente violentato da fenomeni di inquinamento, erosione e squilibrio sconosciuti nel passato e affrontare un futuro funestato dalla possibilità della catastrofe e dall’iniquità. La figura del profugo ambientale sfuggito ad un territorio non più vivibile, o del contadino proletarizzato ammassato nelle sterminate periferie delle megalopoli, o il monitoraggio continuo della qualità dell’aria delle città sono proiezioni vive di questo futuro non troppo lontano.

È evidente che questa sia ormai una consapevolezza diffusa a livello popolare quanto istituzionale, tanto da porsi come terreno di scontro della modernità: dai movimenti ambientalisti degli anni ’80 e ’90 si è passati a movimenti conflittuali; questi, più che porsi il problema di preservare l’ambiente, si pongono quello dell’abitabilità stessa del territorio davanti alla devastazione. Gli Stati nazionali, dal fondo del loro declino, sono costretti a interventi continui e sempre più incisivi per contenere l’impatto ambientale; il capitale si trova in una fase di guerra intestina tra le sue branche più distruttive e dissipative e quelle che invece spingono per una sua ristrutturazione più sostenibile, più green.

È questo il dato fondamentale che si può trarre da questo saggio: su questo crinale si gioca una delle partite più importanti e mistificate del nostro tempo. Sul campo di battaglia si contrappongono interessi e attori irriducibilmente antagonisti tra loro e la posta in gioco non sono più soltanto le condizioni di vita ma l’esistenza stessa della vita sulla Terra: una questione che chi decide di sfidare l’Impero difficilmente potrà eludere d’ora in poi.

Zero

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SENZA PERDERE LA TENEREZZA: TAIBO E IL CHE

Si è molto sviluppato in me il senso del collettivo in contrapposizione al privato, sono sempre il solitario che ero, alla ricerca della mia strada senza l’aiuto di nessuno, ma adesso ho il senso del mio dovere storico. Non ho casa, né moglie, né figli, né genitori, né fratelli, i miei amici sono tali finché la pensano politicamente come me, e tuttavia sono felice, sento la presenza di qualcosa nella mia vita, non solo una grande forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di trasmetterla agli altri, e il fatalismo della mia missione mi toglie ogni timore.”

Ernesto Guevara – Lettera alla madre

Senza perdere la tenerezza: una biografia di mille pagine, un corredo fotografico di oltre duecento immagini, un uso delle fonti ricchissimo (solo la bibliografia di riferimento conta una lista di circa sessanta pagine, senza contare le innumerevoli interviste). In sintesi, un testo storico di prim’ordine.

Ma è davvero solo questo? No, di certo; Taibo ha passato anni e anni a raccogliere materiale sul Che e del Che, a studiarne la figura, le idee, la storia; Taibo ha interrogato a fondo il fantasma del Comandante, ne ha seguito i passi fino a farselo familiare, come un amico.

Il libro è il risultato di questa meravigliosa ricerca e parte da prima della nascita fino a dopo la morte di Ernesto Guevara de la Serna, il Che. I viaggi giovanili alla scoperta del continente latino americano, la prima esperienza in fatto di rivoluzioni (e di imperialismo yankee) nel Guatemala di Arbenz, la Rivoluzione cubana prima sulle montagne con un fucile in spalla e poi nei ministeri a costruire la nuova società; i viaggi diplomatici, le critiche al comunismo sovietico, la guerriglia fallita in Congo e quella, fatale, in Bolivia. Tutta la vita di quest’uomo trova la materia dell’inchiostro in una narrazione semplice e coinvolgente e attraverso la sua storia emerge la storia di tutto il Sud del mondo, specialmente quello americano, in un’epoca in cui la Rivoluzione era la parola d’ordine delle masse proletarie di ogni angolo del globo.

In fondo, oltre le vicende personali, è questo che crea un mito: la rarissima capacità di racchiudere in un corpo umano le aspirazioni, i sentimenti e le delusioni di un intero popolo; in questo caso del popolo dei dannati della Terra.

Non c’è dubbio che il Comandante Guevara sia uno dei personaggi fondamentali dell’epopea rivoluzionaria, tanto per le gesta quanto per il pensiero: come ebbe a dire Sartre, ricordandone la figura, “fu l’essere umano più completo del suo tempo, un uomo d’azione ma non un soldato, un pensatore eccezionale ma non un intellettuale, un militante che sacrificò affetti, vita e morte alla sua missione, ma che conservò sempre una forte umanità.

Come il titolo sembra suggerire, è proprio questa qualità che Taibo mette sotto i riflettori: l’umanità che mantenne per tutta la vita il Che è innanzitutto la via attraverso cui lo scrittore sottrae il mito dalle grinfie dell’abuso e lo riempe di senso, gli restituisce i suoi tratti di uomo, ne significa gesti e parole. L’immagine del Che ambasciatore, in visita in India, che addenta famelico un panino ci restituisce il senso di questo personaggio tanto quanto il suo sguardo strafottente alla giornalista americana Lisa Howard, o il suo viso sporco mentre guida un trattore nella zafra, il taglio della canna da zucchero.

Sembra banale, ma è proprio l’irriducibile umanità di questo personaggio a renderlo un rivoluzionario modello. Un’umanità, però, tutta politica, che non lascia scampo al desiderio individuale e si consegna mani e piedi al senso del proprio dovere rivoluzionario. Il Comandante che aveva sempre fretta, che non finiva mai di allacciarsi gli stivali, non risparmiava nulla di se stesso alla Rivoluzione: né tempo, né famiglia, né aspirazioni. È dunque l’umanità traducibile nella coerenza e sensibilità idealistica di un grande militante comunista dalla ferrea volontà. Questo per buona pace di chi vorrebbe farne un’icona di ribellismo aprioristico da stampare sulle t-shirt e per quella di chi vorrebbe farne sembrare le gesta semplice folklore storico di un’epoca ormai sbiadita, tanto tra i compagni “rottamatori” quanto tra i teologi della fine della storia.

La sensibilità di un individuo, se slegata dalle sue azioni, vale quanto uno sputo per terra. È quando si connette ad un principio rivoluzionario e al coraggio di tradurlo in pratica che diviene arma potente e monito per chi si vorrebbe libero.

Oltre il suo percorso storico, il Comandante Che Guevara è proprio questo: un esempio folgorante e irremovibile, che spazza via tutto il ciarpame di cui è stata coperta la sua immagine, per dire che ancora oggi è necessario, giusto e doveroso combattere il capitale, osare l’impossibile, vincere la Storia!

Zero

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