close

storia

STORIESUGGESTIONI

CANNIBALI E RE: STORIA, MEMORIA E IDENTITÀ NELL’EPOCA DEI SOCIAL

Nella “piazza” dei social network è oggi possibile rilevare mercanzia di ogni tipo. Gruppi a tema, pagine di scambio e compravendita, profili di organizzazioni sociali e politiche, canali di comunicazione più o meno caserecci. È alle platee virtuali che spesso rivolgono appelli e dichiarazioni tanto istituzioni quanto personaggi di spicco. In sostanza il social network non è più quel potente e ambiguo conntettore di individui come fino a pochi anni fa; ma si rapidamente evoluto, strutturato in modo complesso e variegato coinvolgento sempre più ambiti. Senza addentrarci a sviscerare in modo approfondito questi sviluppi ci limiteremo a notare come a quest’evoluzione del canale non è corrisposta un evoluzione uguale del contenuto, anzi, il livello medio è assai basso ed i risultati spesso grotteschi (esempio perfetto è il tweet del presidente USA sul suo grosso e funzionante pulsante nucleare). Eppure la malleabilità dei social sembra lasciare tuttora (o comunque apre) spazi d’azione per quei volenterosi che abbiano intenzione di fare un uso “alternativo” o per lo meno costruttivo di tale mezzo. È il caso di Cannibali e Re, una pagina facebook a tema storico di grande successo negli ultimi tempi. Quella che segue è quindi un’intervista a quest’ottimo esperimento divulgativo ed ai suoi risvolti anche politici.
Partendo dalle vostre parole – Cannibali e Re è un progetto narrativo di rinnovamento della narrazione storica. Raccontiamo la storia degli ultimi. – vorremmo chiedervi un pò com’è nato questo progetto e quali obbiettivi si era prefisso in origine. Attualmente la vostra pagina ha poco più di un anno di vita ed ha guadagnato un seguito impressionante nella comunità virtuale; come vi spiegate quest’impatto?
CR: Cannibali e Re è nato nella primavera del 2016 a Perugia, città di nascita o di adozione di praticamente tutti i partecipanti al progetto. Ci accomuna ovviamente l’interesse per la storia, una formazione di tipo storico o storico-politico e, allo stesso tempo, un fattore fondamentale per quello che è l’approccio di Cannibali a Re alla storia stessa: la consapevolezza dell’esigenza di fare storia in maniera diversa da quelli che sono i principali contesti nei quali opera la conoscenza storica, oggi, ovvero l’ambito accademico ed editoriale. Tali contesti, spesso autoreferenziali fino all’estremo, hanno reso molti indifferenti o addirittura refrattari allo studio della storia, giudicata – appunto – come una materia fine a se stessa. Proporre una narrazione della storia differente è stato il nostro obiettivo principale sin dal primo istante. Abbiamo mosso così i primi passi su Facebook nel giugno 2016, pur mirando sempre ad una crescita del progetto anche al di fuori dei confini ‘social’. La pagina ha avuto poi una crescita importante nel dicembre dello stesso anno, con l’inizio di una crescita esponenziale che continua ancora oggi e per la quale – ci teniamo a dirlo – non abbiamo speso un solo euro in sponsorizzazioni. Come ce lo spieghiamo? Probabilmente la risposta si può trovare nei tempi incerti che stiamo vivendo. In un mondo dove il nichilismo e l’individualismo rappresentano la risposta di molti alle sfide di oggi, noi rispondiamo con l’idealismo, il coraggio e l’altruismo di chi ci ha preceduto. Ed è ovvio che la scelta di quali storie affrontare faccia la differenza: per quanto si tratti di personaggi sicuramente fondamentali dal punto di vista storico, è difficile che la maggior parte delle persone possano essere ispirate da Napoleone, dal Kaiser Guglielmo o da Winston Churchill. Il motivo è chiaro: nell’epoca in cui vissero questi personaggi, noi, probabilmente, non saremmo stati al loro posto. Ed è quindi una narrazione basata sulle persone comuni che – nonostante tutto – sono riuscite a lasciare un segno indelebile della storia, a fare la differenza. Le storie degli ultimi dimostrano che ognuno di noi può giocare un ruolo importante oggi, ognuno di noi può essere decisivo, e la resa alle difficoltà che viviamo ogni giorno non è più l’unica opzione rimasta.
Alla base del vostro lavoro ci sembra di scorgere una concezione della storia molto politica, vicina a quella di Brecht in domande di un lettore operaio; una Storia fatta quindi non del percorso rigido, insindacabile e aristocratico della storiografia ufficiale ma una Storia fatta tanto da gesti individuali quanto di processi collettivi messi in moto dagli ultimi e quasi sempre oscurati dalla grande narrazione. Qual’è quindi il ruolo per voi della storia? Quali terreni di scontro si vanno a toccare in una narrazione storica di questo tipo?
CR: è esattamente la concezione che abbiamo della storia e che abbiamo iniziato a spiegare rispondendo alla domanda precedente. La Storia, per noi, non può limitarsi al nozionismo o alla storiografia arida e fine a sé stessa. La Storia ha, per noi, un ruolo fondamentale: quello di guidare il mondo intero verso un futuro migliore. Nella storia di chi lotta per i propri diritti e per quelli degli altri, ad esempio si possono trovare, come detto in precedenza, le risposte per affrontare le sfide imposte dai tempi moderni. Guardiamo ad esempio ad argomenti quali la guerra ed il nazionalismo. Ad una narrazione dei conflitti che pone sempre l’accento sullo scontro tra nazioni e Stati, ad un’esaltazione del conflitto e del presunto eroismo presente nell’uccisione reciproca tra esseri umani, noi riteniamo che una lettura appropriata della storia consenta, al contrario, di mettere in risalto l’assurdità del massacro tra le masse di nazioni diversi, con la loro vita decisa da stati maggiori, generali e governanti di entrambi gli schieramenti che saranno gli unici a godere di un qualche tipo di vantaggio a conflitto terminato. Una simile lettura del nostro passato dimostra quanto sia erroneo e superficiale il riaffiorare – in tempi recenti – dei nazionalismi se non di movimenti politici di chiara ispirazione fascista. Questo è solo un esempio basato su un argomento ricorrente dei nostri post, ma possiamo dire lo stesso riguardo i diritti dei malati psichiatrici, la lotta per i diritti civili ed il razzismo in generale, l’autodeterminazione dei popoli e così via. Dalle lotte di chi ci ha preceduto nasce, per noi, l’impulso che porterà ad un mondo migliore. Nel raccontare le storie degli ultimi e degli sfruttati si può incanalare la rabbia verso i veri responsabili delle difficoltà di oggi. Questa è la Storia che vogliamo raccontare. Tale approccio porta ovviamente a continue accuse di parzialità. Una volta siamo troppo filo-sovietici, altre troppo filo-americani. Troppo di sinistra, non abbastanza di sinistra. Abbiamo ricevuto accuse da ogni fronte, a testimonianza della bontà del progetto. Noi lo ribadiamo sempre e comunque: siamo – senza se e senza ma – dalla parte degli ultimi.
Ad ogni vostra pubblicazione segue quasi sempre una discussione con gli utenti in merito al tema trattato; discussione che, al contrario della maggioranza di dibattiti che su FB diventano sterili battibecchi, sviluppa molto l’argomento in questione. Quanto è importante questo nella vostra attività? Da questo si può capire più o meno quale sia il target di persone che siete riusciti a raggiungere?
CR: Il primo passo per uscire dal circolo vizioso dell’autoreferenzialità in ambito storico consiste, secondo noi, nel promuovere la discussione sulla storia stessa. Sin dal primo istante ci siamo prefissati un obiettivo fondamentale: la pagina Facebook sarebbe dovuta essere un luogo di confronto costruttivo. Il dibattito avrebbe dovuto integrare e completare la narrazione dell’argomento trattato in ogni singolo post. La premessa fondamentale affinché si riuscisse ad attuare questo principio è stata, ovviamente una politica precisa sulla gestione dei commenti ai post. Da un lato, proviamo a rispondere ad ogni singolo commento sulla pagina. Vogliamo che chi segue Cannibali e Re ed è interessato dai contenuti che proponiamo capisca che, una volta pubblicato, il contenuto non si esaurisce ma è in realtà ‘vivo’, un punto di partenza per una discussione che coinvolga gli utenti e chi amministra la pagina. Allo stesso tempo, abbiamo lavorato sin dall’inizio per evitare che la discussione degenerasse a causa delle strumentalizzazioni e delle critiche di utenti. Accettiamo le critiche e le considerazioni sui post, a differenza delle polemiche sterili che non contribuiscono in alcun modo al dibattito. Siamo sempre intervenuti con decisione nei confronti di chi si esprimeva tramite insulti e offese. Pensiamo che questo approccio abbia avuto i suoi frutti nel formare una comunità interessata e coinvolta in prima persona, che partecipa volentieri a discussioni che non si trasformano rapidamente in risse telematiche. Non è raro, infatti, che le risposte a commenti polemici arrivino in primo luogo dagli utenti, che hanno capito il nostro approccio e spengono sul nascere ogni polemica causata da ‘troll’ e disturbatori vari. E siamo fieri del fatto – ci riallacciamo così alla seconda parte della domanda – che il pubblico che ci segue sia molto variegato. Ci seguono gli appassionati di storia, siano essi affini o meno al nostro approccio. Ma ci seguono anche persone che non sono mai stati troppo interessati alla storia ma che, appunto, sono stimolate da storie di individui a loro più vicini ed affini. Da un lato siamo sicuramente contenti se veniamo seguiti con interesse da un professore, uno studente di storia o comunque da chi ha una certa competenza del settore. Dall’altro, la nostra più grande soddisfazione è essere riusciti a fare appassionare alla storia chi magari non ha una formazione accademica, chi ha lavorato sin dalla più tenera età, chi suda in una fabbrica, in un call center, in una panetteria o è disoccupato. La nostra dev’essere una storia di tutti, per tutti.
Nell’utilizzo di Facebook, o comunque dei social network, per una divulgazione di questo tipo, così come nella realizzazione di articoli sempre brevi, semplici e di rapida lettura; avete operato una sorta di riappropriazione collettiva della Storia; cioè avete messo in circolo davanti ad un pubblico vastissimo una quantità di argomenti impressionante che solitamente rimane appannaggio di una minoranza di appassionati o addetti ai lavori. Quanto è stato importante il mezzo Facebook? È possibile, alla luce della vostra attività, un utilizzo più ampio e sistematico del social media come “diffusore di cultura” dal basso e di qualità o è un caso fortunato e difficilmente ripetibile il vostro? Quali strade sono percorribili a vostro avviso in questo senso?
CR: Facebook è piombato nella nostra quotidianità come un fulmine a ciel sereno. Si tratta di un mezzo molto ‘versatile’, oltre che dalla portata praticamente universale, che permette dunque di adattarsi alle esigenze più diverse. Chi su Facebook cerca o ha cercato cultura ne trova e ne ha trovato in quantità, anche prima di Cannibali e Re. Da un lato, la sfida che abbiamo portato avanti su Facebook con la nostra pagina è stata proprio quella di ‘attirare’ verso le nostre storie, verso la nostra visione della storia, chi magari in un primo momento non era interessato. Dall’altro, abbiamo provato a dar vita ad un luogo (virtuale) ben distinto da quella tendenza all’odio, all’attacco personale, alla prevaricazione che è tipica di molte pagine del social network. Diremmo quindi che non è tanto Facebook in sé a determinare la riuscita o meno di un progetto, ma piuttosto l’approccio dei singoli nel momento in cui decidono di interagire con questa piattaforma.
A fronte del successo del vostro esperimento, poco tempo fa avete annunciato una sorta di “evoluzione”, con il lancio di un gruppo di ricerca e l’obbiettivo abbastanza dichiarato di una pubblicazione più approfondita. Vi va di raccontare quest’ultimo passaggio?
CR: Nel momento stesso della nascita del progetto ci eravamo prefissati l’obiettivo di uscire quanto prima possibile dall’ambito social. È un processo che ha richiesto moltissimo tempo per una serie di ragioni. Abbiamo avviato questo progetto, come detto in precedenza, promuovendo un approccio particolare alla storia. Appare ovvio, quindi, che nel momento in cui decidiamo di esporci in un contesto differente rispetto a Facebook lo dobbiamo fare tenendo presente le critiche da noi mosse al mondo editoriale. In altre parole, vogliamo essere sicuri di avviare un progetto che partisse dal basso, che vedesse la partecipazione anche di chi sarà il fruitore finale di quel prodotto, prodotto che dovrà essere sviluppato in forme e modalità nuove, che stimolino l’interesse di tutti i lettori, appassionati di storia e non.
Non ci saremmo potuti accontentare, insomma, di fare una raccolta dei nostri post migliori, aggiungere due pagine di introduzione e presentarci al di fuori della pagina Facebook. Stiamo quindi lavorando su queste basi, provando allo stesso tempo a coinvolgere chi ci segue tramite il gruppo legato alla pagina. Si tratta di un processo in divenire e sul quale daremo più dettagli nel momento in cui avremo un quadro chiaro della situazione dal punto di vista dei contenuti e delle tempistiche. Accanto – o meglio al di sopra – di quello che è il progetto dal punto di vista più squisitamente editoriale, c’è la volontà di lavorare attivamente con associazioni ed entità di qualunque tipo che siano in sintonia con i nostri valori. Vogliamo insomma una creare una rete che raggruppi tutti coloro che desiderano approcciarsi alla realtà odierna – passando per la storia ma non solo – rispondendo alla sfida posta oggi da nazionalismo, fascismo ed individualismo con un approccio partecipato dal basso, che identifichi i problemi della società contemporanea non su base etnica quanto, piuttosto, tenendo conto di chi nel corso della storia ha è stato sfruttato e sfruttatore, di chi ha ricoperto posizioni di rilievo decretando il destino di chi, invece, si è sempre ritrovato a subire contro il suo volere.

Zero

read more
RECENSIONI

PIERO BEVILACQUA: L'UTILITÀ DELLA STORIA

E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore d’enigmi e redentore della casualità!”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Il libro di Bevilacqua è tanto la proposta culturale di uno storico di professione, quanto una radicale critica al paradigma neoliberista di gestione dell’esistente.

Partendo dal dato fondamentale che il ruolo della Storia sia ormai in declino, come per ogni sapere “improduttivo” e privo di valore di consumo, si ripercorrono le tappe di una modernità che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha visto sempre la cultura (e soprattutto l’istruzione scolastica) come strumento del progresso delle nazioni verso un orizzonte di ricchezza sempre maggiore. Oggi – che si è giunti al tramonto di quel mondo, totalmente assorbito nel credo dell’economia di mercato, e anche l’orizzonte del progresso si è tradotto in un vicolo cieco fatto di produzioni e consumi sempre più accelerati e superflui – il sistema scolastico viene assoggettato, come ogni ambito della vita, alle esigenze del mercato.

Tanto la storia quanto la memoria (in quanto forma organizzata di trasmissione di saperi, identità e appartenenza) vengono sempre meno dinnanzi a una temporalità consumistica volta esclusivamente al presente. La memoria resta schiacciata sotto il frantumarsi di tutte le istituzioni sociali, dalla famiglia alla classe, dalle comunità indigene a quelle religiose: gli uomini e le donne dell’oggi vengono così consegnati all’anomia sociale e alla precarietà esistenziale, privati del loro senso collettivo e storico della vita. La Storia deve invece il suo declino anche all’inadeguatezza di un modello d’insegnamento che non tiene conto né delle sfide poste dal mondo esterno né delle esigenze culturali degli studenti. Qui sta la proposta di Bevilacqua: passare da una Storia-racconto (o una “storia da manuale”), che esige l’esclusivo apprendimento mnemonico di eventi trascorsi, a una Storia-problema, ovvero un approccio per cui la presa in esame di un singolo evento/dato storico possa essere un punto d’osservazione per mettere in luce i tratti salienti di intere epoche o di questioni riguardanti l’attualità. Questo mediante uno studio che non sia mnemonico ma fatto di ricerca, analisi e dibattito che fungano essenzialmente da stimolanti dello spirito critico e del senso di ricerca e di confronto negli studenti.

Nell’offrire gli esempi di come possa svilupparsi l’insegnamento della Storia-problema, Bevilacqua ne approfitta per mettere sotto inchiesta (e sotto pesante accusa) i nodi centrali del nostro tempo: il lavoro come motore dominante della società viene disvelato invece come processo storico di messa a frutto brutale e sistematica delle classi subalterne per il profitto delle classi elevate; il territorio e l’ambiente come elementi da scoprire e attori primari della vita sono messi sempre più in pericolo dall’irrazionalità capitalista che li ha storicamente relegati a ruolo di materia prima da saccheggiare. Il consumismo come piano delle élites nordamericane per rilanciare il consumo, poi diffuso in Europa in ottica anticomunista e geopolitica, non appare più come una parte innata nella natura dell’uomo contemporaneo.

Com’è ovvio che sia, tanto la proposta accademica quanto la critica sociale sono ispirate da una concezione della Storia che non fa sconti alla tradizione storiografica né al “grande racconto del potere” e che vede la cultura come strumento primario per analizzare e prendere posizione rispetto all’esistente, oltre che come germe fondativo di un nuovo essere umano e sociale volto prima di tutto al raggiungimento di un benessere armonico collettivo del pianeta. Una ricollocazione dell’uomo all’interno del Sistema Natura che possa essere d’argine al deserto che avanza.

La Storia non può più essere, quindi, lode del potere all’opera, ma riscoperta del rimosso storico, lente d’interpretazione della realtà, antidoto contro la perdita di senso e di valore delle nostre vite, faro che diradi la coltre di menzogne e luoghi comuni che permettono a questo mondo di apparire come l’unico plausibile, porta d’accesso agli altri – inesplorati – mondi possibili.

Zero

read more
CONTRIBUTIINTERNAZIONALISMO

CAMMINARE DOMANDANDO: panoramiche dall'EZLN

Quello che da sempre più stupisce dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (d’ora in avanti EZLN), rispetto alle guerriglie classiche del ‘900, è la sincera capacità di mettersi in discussione, di rielaborare il proprio discorso e cammino politico a seconda delle fasi e degli interlocutori con cui si trova a interagire, mantenendo però sempre una solida coerenza di principi. (altro…)

read more